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Gaznevada [over]view

Bologna, Settembre 1977, Convegno sulla Repressione. Su uno dei vari palchetti improvvisati, mentre il Movimento celebra la sua imminente dissoluzione, accade che una combriccola di anomali “frics” denominatisi Centro D’Urlo Metropolitano si diverta a piazzare una rasoiata fuori programma, così, tanto per vedere l’effetto che fa.

“Mamma Dammi La Benza!” è il loro primo ed ultimo conato che prelude alla genesi di uno dei più grandi – il più grande? – gruppi “rock” tricolore, i Gaznevada. Doverose le virgolette, perché i Gaznevada non furono solo quello: curiosi come iene, trovarono il tempo e la voglia di mollare l’osso-punk degli esordi ed avventurarsi in più rischiosi (o accomodanti?) territori.
Erano figli di quel contro-movimento nel Movimento che fu la Traumfabrik, casa occupata di Via Clavature ed humus delle più belle esperienze visuali/musicali dei successivi dieci anni, e decisero che in quel plumbeo periodo Raymond Chandler avesse un appeal ben maggiore degli indiani metropolitani e che i Ramones c’azzeccassero assai più dei Doors. Proprio come anomala cover-band dei fratellastri del Queens (“Gaznevada sings Ramones”) raccolsero i primi tumultuosi riscontri cittadini, diventando da subito una delle punte di diamante della neonata ed agguerrita Harpo’s Bazaar, etichetta simbolo del DIY italiano fine ‘70, capeggiata dalla bella mente di Oderso Rubini. Denominatisi come improbabili alieni urbani, bruciarono le tappe: nel 1979 la cassetta omonima, icona dello spaghetti-punk di prima generazione, poi tracce di leggenda nel Bologna Rock ed il singolo che sancisce l’arrivo dell’Italian Records, quel “Nevadagaz” che già narra ciò che di lì a poco accadrà.

Gli invincibili guardiani della libertà mondiale (1980-81)


Per introdurre e approfondire il periodo ‘80-‘81 del gruppo bolognese in questo caso si fa riferimento non solo alle reali produzioni dell’epoca, ma alla loro versione “digitale” curata dalla Astroman qualche annetto fa. Scelta come viatico visivo la copertina di Sick Soundtrack, con il logo Gaznevada riportato in chiave grafica mooolto simile a quella degli Avengers – storica serie fumettistica della Marvel, ancora oggi in vita – si concretizza il lungimirante desiderio di riportare in cd non solo lo storico lp succitato,  ma anche il singolo della storica “Nevadagaz” (dalla cassetta d’esordio della band), affiancata dalla lavica “Blue Tv Set”, la bonus track “I See My Baby Standing On A Plain” dei Billy Blade & The Razors (formazione rockabilly formata da membri dei Gaz e del Confusional Quartet) inclusa in un 7” delle prime mille copie di Sick Soundtrack e il mini lp Dressed To Kill. Quanto descritto comprende grosso modo il corpus della straordinaria evoluzione che ha portato il gruppo bolognese a raggiungere la piena maturità, affrancandosi dai rigurgiti prettamente punk di Mamma Dammi La Benza e annegando la propria cifra stilistica in un post-punk nutrito a singulti Devo, suadenza spigolosa Tuxedomoon/Pere Ubu e lastricata di quella personalità che, al contrario di troppi gruppi moderni italiani ed esteri, non è mai mancata loro. Nonostante Mamma Dammi La Benza (qui recensita la ristampa Shake) sia un capolavoro di malato e fottuto punk’n’roll dalle minime derivazioni reggae, la già citata maturazione prende le mosse da un ispirato collage del meglio delle tendenze no wave ed elettroniche del periodo, coadiuvate dall’elaborazione made in Gaz dell’allora post-punk che si concretizza in Sick Soundtrack. Un cinematico sax Roxy Music rende incisiva e attraente “Going Underground”, mentre la sardonica, gommosa e androgina “Japanese Girl” brilla dell’eccitante autismo funk di matrice Pop Group. Opera della storica formazione capeggiata da Billy Blade, Bat Matic, Andy Nevada, Chainsaw Sally e E. Robert Squibb, il secondo disco del gruppo si colora di nevrotica tensione con “Shock Antistatico”, mentre “Pordenone Ufo Attack” conclude il “red side”, dispensando ansia narcotica più di quanto già fatto fino ad allora. Il “green side”  si apre con la strepitosa “Tij-U-Wan”, poco meno di quattro minuti trascorsi tra fascinose chincaglierie elettroniche, synth esotici e cantato demoniaco che dopo un minuto e mezzo esplode in un’elettricità marziale che più new wave non si può. “Oil Tubes” riprende le fila del funk bianco marchiato primi Talking Heads, salvo impazzire in un finale alcolico e turbinoso. La conclusione è affidata al macabro sabba alla codeina di “Nightmare Telegraph”, alla claustrofobica “Walkytalkin” e alle implosioni hard-punk di “Now I Want To Kill You”. E pensare che a tutto ciò si è arrivato in soli venti giorni di registrazione e nonostante i Gaz provenissero sì da un periodo di floridità live, ma flagellato da grane distributive, tecniche e seri problemi personali. Produzione artistica dello storico Oderso Rubini. Ben lungi dall’aver raggiunto il successo commerciale che seguirà, nel 1981 iniziano le registrazioni per un nuovo disco che in breve assumerà la forma di un mini lp (oggi si sarebbe detto ep) di sei canzoni: Dressed To Kill. Voluta continuità concettuale con l’ultimo pezzo e con l’immaginario di Sick Soundtrack o “solo” espressione dell’ispirazione cinematica (in tutti i sensi) virata al nero del disco? Poco importa, bastano l’abrasività morbosa di “A. Perkins” o i groove strepitosi della title-track e di “Frogs On The Phone” a far accantonare qualsiasi elucubrazione di sorta. Magnifico il ponte di quest’ultima, a cavallo tra ambient depravato e cantato malinconico: arrangiamenti di sax dal forte sapore filmico conducono a “Going Underground (2)”, inquietante preghiera wave, e alla stentorea e potente “D.J.” Di primo acchito non sembra, ma, oltre a “Dressed To Kill”, la trasfigurata ed orrorifica cover dei Doors “When The Music Is Over” conclude una vera e propria era nel mondo Gaznevada con un titolo chissà quanto figlio della casualità.  

Danze psicopatiche (1982-1988)


Dopo la splendida conferma di Dressed To Kill, qualcosa di importante accade in casa Gaznevada. Lascia Andy Nevada alias Giorgio Lavagna per dedicarsi al progetto Stupid Set, ma anche per incomprensioni interne al gruppo, musicali e non. Se ne va quindi l’elemento più destabilizzante a livello sonoro, l’ala oltranzista della band e, di conseguenza, il frontman diventa a tutti gli effetti Billy Blade alias Sandro Raffini, mentre il timone compositivo viene preso saldamente in mano dal chitarrista Ciro Pagano, in arte Robert Squibb. Gli effetti sono immediati: l’ep (Black Dressed) White Wild Boys occhieggia alle nuove derive wave-pop anglosassoni e, allo stesso tempo, si prepara per l’invasione italo-dance che sta dilagando in Europa, un’onda che, di lì a poco, sarà cavalcata dall’Italian Records al gran completo. Insomma i Gaznevada approcciano il mercato e lo fanno nella maniera più diretta possibile, con un 45 giri come “Ragazzi Dello Spazio”, che dovrebbe portarli a San Remo, ma soprattutto con la vera bomba del loro nuovo repertorio, quella “I.C. Love Affair” con cui navigheranno alti in classifica e che, nella versione a dodici pollici, diverrà un must del dancefloor anni ’80. Con queste premesse, esce nel 1983 il secondo album “Psicopatico Party” – di cui latita una doverosa reissue – che, come tanti lavori di transito, ha il fascino ambiguo della via di mezzo, di quegli strani ibridi nati un po’ in fretta come ponte fra un passato ormai scritto e un futuro in via di costruzione. C’è la reprise classica alla Gaznevada di “A. Perkins”, tutta spigoli ed ossessione noir, ma già l’attacco di  “Fashion Crime” poppeggia in altre direzioni, con il sax morbido che suggerisce nuove sponde prima che esploda la suddetta “I.C. Love Affair” a spazzare via (quasi) tutto, Blade che fa l’Alan Vega con braghe pre-house e i cori stellari della onnipresente Fawzia. L’assurdo cantato di “Agente Speciale” nasconde un’altra potenziale hit che verrà svelata dal successivo remix ad opera di Tony Carrasco, mentre “Visitors From The Space”, “Whispers” ed il brano che titola il disco galleggiano fra autocitazionismo, tappeti tastierosi e molta voglia - un po’ repressa – di cambiamento. In chiusura “Beirut Ovest”, elettro-ballata che cita in uguale misura Garbo e gli Ultravox di Vienna, mostrando una versione della band che non avrà seguito. La biografia successiva dei Gaz è presto scritta: dopo l’allontanamento di Bat Matic ed il buon commiato dalla Italian Records con “Ticket To Los Angeles”, arriva un luccicante contratto con la EMI ed il consequenziale Back To The Jungle, ovvero la plasticosa consacrazione mainstream nonché il canto del cigno della band. Sempre che non si voglia considerare farina del loro sacco “Thrill Of The Night”, guaito tardo ’80 di una formazione fantasma, del tutto in balia di un Pagano che già fissa il proprio futuro, fatto di generazioni rave e Datura. Ma questa è davvero tutta un’altra storia.

A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it]
A cura di: Gabriele Gardini [gabriele.gardini@audiodrome.it]

Gruppo: Gaznevada

Data articolo: maggio 2009
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