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John Frusciante: spiriti liberi

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Inviato da fabrizio 09 Feb 2009 - 22:58

Spiriti. Quelli nella sua testa, quelli che gli parlano da quando è “guarito”, quelli che erano i Red Hot Chili Peppers, presi dal successo e dalla consueta - e agghiacciante per quanto si ripeta ciclicamente - parabola di ascesa e caduta dal paradiso. John è quello che ha pagato maggiormente: la sua gioventù messa al servizio delle luci della ribalta e della materialità ancestrale del rock, del funk, delle droghe. Se n’è riempito lo stomaco, il cuore, il cervello, tanto da passare anni chiuso in casa guardando catatonico il televisore in compagnia della sua migliore amica. Da lì, chissà come, è rinato, ferito, provato eppure felice e pronto a risalire sul ring dello show-buisness, con quel Californication che con la sua band ha visto ripiovere incassi da capogiro e tour, fan, MTV… Ma di quel percorso qui poco importa. Questa è la storia della strada solitaria di John, dell’efficacia per una volta del classico “rimedio curativo” della carriera solista, sfogo di già di tanti, ma che in questo caso risulta peculiare e decisamente più interessante di quanto poi intrapreso dal figliol prodigo con i Red Hot.




Is there anybody out there?

Le droghe, quindi, e il tour di BloodSugarSexMagic. In sostanza la scomparsa della propria anima e senza neanche un ponte sotto cui rifugiarsi e aspettare tempi migliori. Nel 1994 John è costretto a pubblicare un disco, per obblighi contrattuali e per un tentativo di qualche manager di spremere fino all’osso il suo nome, nonostante il vuoto riempia ormai la persona. Niandra LaDes And Usually Just A T-Shirt è il referto medico delle sue condizioni, uno sfogo in ogni caso probabilmente rivelatosi salutare sul lungo periodo. L’affabulare nevrotico musicale e canoro dietro le gemme grezze del disco, però, non può che rendere l’idea della sofferenza che si celava dentro il suo autore. Cantato sconnesso, chitarre minimaliste e senza freni, stridii o richieste di aiuto impossibili da comprendere appieno, orientalismi tribali… e neanche un po’ di funky. Le venticinque canzoni di Niandra sono un po’ tutto questo: abbozzi ricolmi di disperazione e morte, eppure intimamente vivi. “Big Takeover” è l’apice melodico del disco, pianoforte, voce e preghiere. Il tutto va avanti zoppicando e arrancando fino alla caduta rovinosa che, dalla tredicisima traccia in poi, lascia il posto a riff chitarristici contorti e tremanti. La caratura artistica c’è tutta, incarnata dalla riscoperta del formato lo-fi, anni luce lontano dalle modalità produttive e musicali della macchina di divertimento del gruppo che ormai non gli appartiene più. Splendido e terrificante, specchio di quanto gli abissi più desolati dell’animo umano possano essere raggiunti così facilmente. Syd Barrett e il capitano Cuordibue fanno capolino, mentre lo stream of consciousness offerto da Frusciante si accartoccia su stesso per autodifesa, per rottura totale con quanto accaduto due anni prima. Due anni dopo, invece, su Birdman vien pubblicata la sua seconda prova solista. Smile From The Streets You Hold, realizzato solo per ottenere fondi da investire direttamente in vena, è l’evoluzione in forma canzone dell’ultima parte di Niandra. Basterebbe “Enter A Uh” per comprendere lo stato in cui versa John, senza che a nessuno sostanzialmente interessi la sua salute se non per sfruttarne il nome e consegnarli ricavati destinati a finanziare pusher e l’ombra densa e scura che alberga dentro di lui. Giudicare onestamente un disco del genere è impossibile: il lo-fi prende definitivamente il sopravvento mentre una voce disumana strilla e tritura melodie interrotte, idee non sviluppate, senza che - seppur rannicchiati in un angolino - la creatività e il talento innato dell’ex RHCP non siano avvertibili, grazie a fugaci risvegli dal nulla.
Momenti, solo momenti brevissimi di bagliori, forse da stelle lontane, forse solo macchine che passavano di lì o forse, come da lui stesso annunciato in “I May Again Know John”, segni di un risveglio in atto. Consapevole o meno non è dato sapere.

Born Again

Intensità. È la parola chiave della musica di John dopo la rinascita. Dopo la riappacificazione con Kiedis e Flea, dopo Californication, a sprazzi in To Record Only Water For Ten Days (2001). La sua anima in convalescenza poi perfettamente dispiegata e libera di urlare al mondo la sua presenza in Shadows Collide With People. Non è più lo stesso Frusciante di “Give It Away”, ma una persona pacificata che non nasconde le cicatrici rimaste e che dà ascolto e peso alle voci e agli spiriti di poco su, che albergano dentro  di lui e spesso si manifestano anche al di fuori. Non è certo questa la sede per affrontare la veridicità di tali avvenimenti, né per accennare paralleli con la qualità discendente e disastrosa dei dischi dei Peppers da By The Way in poi. È il luogo adatto, invece, per puntare i riflettori sul Frusciante solista, capace di sfornare buoni e validi lavori, sostanzialmente differenti da quanto proposto fino ad allora e, ci piace crederlo, spinto a dall’irrefrenabile voglia di far sapere a tutti che è tornato. E l’annuncio avviene tramite un viaggio nelle peculiarità emotive offerte dalla forma canzone, preferibilmente al calor bianco. Entrambi i dischi escono su Warner Bros (il secondo nel 2004) e, come già accennato, dove TROWTTD attesta ufficialmente l’intenzione di John di costruire seriamente una carriera parallela a quella principale, il secondo attesta il fiorire della stessa, quindi è decisamente più convincente. In entrambi un’elettronica cheap è abbinata in maniera artigianale a canzoni fondamentalmente chitarra e voce, ma basterebbe la sola arrembante e sanguigna “Carvel”, posta in apertura a SCWP, a testimoniare lo scarto di qualità tra i due cd. Shadows Collide With People sancisce inoltre l’inizio della stretta collaborazione con Josh Klinghoffer, che si alterna a John a tutti gli strumenti, registra il cameo dei colleghi Peppers Chad Smith e Flea e quello a prima vista sorprendente di Omar Rodriguez Lopez, chitarrista e mente dei  Mars Volta. Non così sorprendente, però, in quanto lo stesso Frusciante è entrato a far parte stabilmente del Mars Volta Ensemble, cioè il gruppo che realizza in studio i dischi degli ex At The Drive In. Prova concreta poi dell’incredibile poliedricità artistica raggiunta da John è la scaletta dello stesso SCWP. “Omission” è splendida e robusta ballata per intrecci vocali, “Regret” confessione urlata riguardo i tormenti passati, “Ricky” desolato quadretto acustico che si trasforma in stomp dai cori alla Beach Boys. Furioso up-tempo “Second Walk”, mellotron medievalegiante in “Every Person”. “00Ghost27”, “Failure33Object” e “23 Go In To End” – i cui titoli derivano da teorie numerologiche e sono suggeriti dalle famose “voci” guida della composizione – rappresentano un trittico sperimentale ove si assommano industrial, ambient e kraut sotto acidi, per un risultato affascinante anche se non propriamente riuscito. La qualità torna alta con la malinconica “Song To Play When I’m Lonely”, il folk-rock nutrito a cambi di tempo e bassline saettanti di “This Cold”, lo stoner “lieve” di “Times Goes Back” e il marasma gorgogliante quasi ska di “Water”.  A concludere, una “The Slaughter” completamente distorta, sognante e allo stesso tempo inquietante. Su tutto si stagliano arrangiamenti meno “caserecci” di quanto possano apparire in prima istanza, ricchi di synth quali evoluzione folle di quell’elettronica cheap citata poco su. Si è parlato di poliedricità? Andrebbe aggiunta anche prolificità, dato che oltre a quel cd “ufficiale”, il 2004 ha visto le pubblicazioni – distanziate di un mese l’una dall’altra - di altri cinque dischi targati Frusciante, pubblicati però su Record Collection.

Focalizzazione elementale

Non molto originale, ma ogni disco rappresenta un elemento, senza che Frusciante ne specifichi l’assegnazione. Ciò che conta realmente è che la diversificazione riguarda anche la materia sonora trattata in ogni lavoro, con per unico elemento unificante quella veemenza emotiva improvvisamente esplosagli dentro. The Will To Death sfoggia atmosfere decadenti ed è basato su sviluppi di arrangiamenti chitarristici affini alle prove meno noise dei Velvet Underground o della carriera solista di Lou Reed stesso. Ritornano, sottopelle, i fraseggi musicali tipici di canzoni come “Under The Bridge” o “Soul To Squeeze” (mai titolo purtroppo fu più appropriato), senza che si possa in qualche modo ricollegarli alla forma sonora dei RHCP. Il cd affronta con molta sincerità e schiettezza quanto possa essere simile alla morte una vita gettata nel cesso, facendo scaturire da ciò i dubbi che affollano l’evocativa “A Doubt”, tentando di definire limiti che non dovrebbero essere mai oltrepassati. Affiorano anche pegni sonori ai Fugazi, con il cui bassista verrà varato il progetto Ataxia, sempre nello stesso anno. Al solito, il falsetto tipico del cantato del chitarrista della Grande Mela riecheggia un po’ ovunque. Rock-funk psichedelico “An Excercise”, marcetta spettrale “Time Runs Out”, melodie incantevoli quelle di “Loss”, “Unchancing” – dal tono vagamente psichedelico – e “The Mirror”, torch song a far da spartiacque per la seconda parte, che si apre con “A Loop”, rutilante ballata in tempi dispari, “Wishing”, topino di zucchero ripieno di sangue. Si plana senza significativi cali qualitativi sulla commovente “Far Away”, “Helical”, incursione nel post-rock di pochi minuti, e la title-track, che reca con sé tutta la disillusione sperimentata durante “quel” periodo, utile per rimettersi in marcia, però, quella marcia perenne tra “inizio e fine”, che coinvolge tutti indistintamente e in modo più pesante e marcato di quanto ci si aspetti. We're awful/ And have you seen/ How they run/ Out of gas/ They beat the pain/ They sing in the rain/ Endless and formless/ They fly to the end/ And back to the/ Beginning again.
Inside Of Emptiness è di poco inferiore a The Will To Death, nonostante vanti pezzi davvero degni d’attenzione come “Firm Kick” e “Look On”. Sonorità più grezze e raw per canzoni più scarne e debitrici tanto di “White Light/White Heat”, quanto di un’estetica indie anni ‘80 che va dai Jesus Lizard ai Polvo, senza raggiungerne i famosi muri sonori. “666” è il perfetto esempio di tali intenti, pesante rock song sporca e distorta, in cui il falsetto di John si trasforma in urla raschiate ed  energiche. “Interior Two” ricorda vagamente la “Last Kiss” ripescata dai Pearl Jam eoni fa, “Scratches” chiude tutto sfoderando l’ennesima melodia killer, melanconica e arresa. Curtains è “il disco acustico”. Per lo meno nelle intenzioni, dato che non sono infrequenti distese di chitarre distorte o assoli che di acustico non han proprio nulla. Il clima moderato e meno d’impatto consente in ogni caso a John di mostrare un altro aspetto delle sue capacità cantautorali, realizzando un cd migliore di quello precedente e di quello che seguirà. Registrato completamente in solitaria nel suo soggiorno, molte parti di chitarra e di basso vengono risuonate da Carla Azar degli Autolux e Ken Wylde, con ospite speciale ancora una volta Omar Rodriguez Lopez, pronto ad aggiungere tocchi chitarristici qui e là, in un ruolo speculare a quello di John nel caso dei dischi dei Mars Volta. Un Dylan moderno con tutta l’amarezza dell’esserlo si rivela nella splendida “The Past Recedes”, “Lever Pulled” rivela sprazzi di soul disperato ed “Anne”, miglior pezzo del disco, è una folk song sospesa e articolata, che rivela altre sensazioni e ricordi del periodo in cui tutto era solo un’infinita caduta. Magiche e toccanti “The Real” e “A Name”, “Control” rievoca la classica alternanza vuoto/pieno senza essere un riciclo poco ispirato, “Your Warning” adagia ulteriore poesia su note di piano semplici semplici, “Hope” è un’invocazione tragica, mentre “Ascension” nasconde dentro di sé momenti di “My Sweet Lord” di George Harrison. “Time Tonight” e “Leap Your Bar” si aggrappano ancora all’anima di John per completare uno dei migliori dischi delle uscite del 2004. A Sphere In The Heart Of Silence è invece il “disco elettronico”, anche se è impossibile definirlo tale in senso stretto. È piuttosto da inquadrare nell’ottica di un esperimento parzialmente riuscito, attuato per sfoderare ulteriori modalità compositive, stavolta attribuibili a un vero lavoro di coppia tra John e Josh. Una certa dispersività e mancanza di coesione lo rendono però il meno riuscito di tutti, pur restando ampiamente degno di interesse. “Sphere” è un intrico di synth ultra-spacey da dodici minuti, “The Afterglow” è completamente opera di Klinghoffer (a cui Frusciante offre testo e voce), per un risultato prossimo a dei New Order funky, “Communique” è registrata live con Josh a voce e piano mentre John innaffia di synth tutto quanto. “Walls” è un’altra maratona di dieci minuti che abbina elettronica all’amalgama delle voci dei due,  a metà strada tra i Kills meno rock e i NIN meno industrial, efficace e tirata a dovere. “At Your Enemies” ritorna sul luogo del delitto degli ex Joy Division, “Surrogate People” abbina arpeggi acustici ad un mantra elettronico, mentre il tutto si chiude a sorpresa con Frusciante a piano e voce per la lacerante e brevissima “My Life”: My life goes blank/ My life goes blank/ My life goes blank/ My life goes blank/ My life goes blank/ Life was never what you thought/ Life was never what you saw/ The lights go out/ Life was never what you thought.

Ataxia

Gli Ataxia

La quinta uscita targata 2004 riguarda il progetto Ataxia, a cui si è già accenato. Automatic Writing è un pegno d’amore di John per i Fugazi e per certo rock lisergico, realizzato con l’aiuto del solito Josh e – guarda caso - di Joe Lally. A ben vedere, però, la matassa sonora è accostabile maggiormente a un misto di stoner e intensa energia psichedelica, piuttosto che all’hardcore evoluto di Red Medicine o Repeater, concretizzato in cinque tracce che riportano in auge il suono dei Kyuss infettato dalla sensibilità musicale del duo J&J. Originalità non particolarmente elevata, ma un indubbio impatto bissato nel 2007 dal secondo album degli Ataxia, Automatic Writing II. Nonostante il titolo e la formula sonora immutata, la proposta musicale offre una dinamicità maggiore che nel predecessore, mantenendo intatta l’energia possente sprigionata dal trio. Cronaca di questi giorni è invece l’uscita del nuovo disco solista di Frusciante, The Empyrean, trattato ampiamente nell’ambito delle recensioni.  Chiarito quindi che da Niandra LaDes allo stesso The Empyrean non siano stati realizzati masterpiece destinati a sconvolgere la musica attuale neanche a posteriori, sarebbe comunque un peccato se solo perché John è quel John, dischi solidi e sostenuti da una capacità compositiva e cantautorale di razza rischino di passare inosservati o snobbati. E non è poco poi che, per una volta, il tipico percorso autodistruttivo da rockstar abbia portato a una rinascita completa. In fondo è un piccolo segnale di speranza  per tutti: Frusciante ha ormai sublimato le ombre dentro se stesso, mentre gli spiriti e le voci continuano ad ispirarlo. Reali o meno poco importa.

A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it [1]]

Gruppo: John Frusciante



Data articolo: gennaio 2009

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