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The Decemberists: Sua Maestà Colin Meloy

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Inviato da fabrizio 05 Mag 2009 - 20:04

Ok, non è carino nei confronti di qualsiasi gruppo piazzarne sul trono il leader e considerare in tono minore il resto della formazione. Il “problema” è che certi leader lo sono in tutto e per tutto e non semplici fantocci a uso e consumo dell’immagine mediatica. È innegabile come i desideri, le velleità narrative, la cifra stilistica, l’immaginario poetico, l’inglese ricercato e vittoriano, finanche il timbro particolare della voce di Sir Colin siano fondamentali per l’esistenza e la connotazione dei Decemberists. Personalità straripante, abilità da frontman consumato, che altro? Ah, le canzoni le scrive tutte lui.



Un romantico a Missoula

O a Helena. Entrambe nel Montana, la seconda città natale di Colin, l’altra di passaggio per Portland dove la fervida fantasia dell’occhialuto cantastorie del ventesimo secolo mette su tre gruppi: gli Happy Cactus, i Tarkius e i Decemberists. Non male la produzione delle prime due band - alcune canzoni dei Tarkius verranno recuperate in acustico nel disco solista di Meloy dello scorso anno - ma è chiaramente con gli ultimi che le vie del successo di culto si manifestano. Nonostante siano considerati – e non a torto, in fondo – i prosecutori del discorso sonoro imbastito dai Neutral Milk Hotel con il magnifico In The Aeroplane Over The Sea e dai più famosi Waterboys, è lo sviluppo di una concezione di indie folk del tutto personale a rendere unici i Decemberists. Profondi slanci di puro romanticismo affondano coltelli a serramanico nel petto, anche quando la levità poetica non manca, un esempio per tutti: “The Gymnast High Above The Ground” da Her Majesty. Stratificazioni narrative ricolme di personaggi che prendono vita tra note di organetti da fine Ottocento e arpeggi chitarristici dal sapore vittoriano sono le carte vincenti per la formulazione di una propria visione del genere intrapreso. Non a caso, il gruppo di Meloy è accomunato agli Okkervil River quando si tratta di citare “il paio” di gruppi che ha saputo rendere folk le proprie istanze underground e viceversa, ognuno con la propria anima ben definita e posta bene in alto su una bandiera, insieme al proprio cuore, a sanguinare e trasferire emotività a grappoli a chi è in grado di scoprire e usare “la chiave del maniero”. Con il gruppo inizialmente composto da  Ezra Holbrook alla batteria, Nate Query al basso, Jenny Conlee alle tastiere e accordion e Chris Funk a theremin e pedal steel, l’ep Five Songs e il disco d’esordio Castaways & Cutouts contengono già tutto l’armamentario sonoro con cui verrà dichiarata guerra in Her Majesty. Quando si dice maturità.


Sono solo (cinque) canzonette

Anche se poi in realtà sono sei. Non ancora con tutti gli ingranaggi perfettamente oliati, ma si fa sul serio e Five Songs è il biglietto da visita che tutti i gruppi vorrebbero possedere. La natura cantautorale decadente e stramalinconica, che si farà via via più incisiva, è già insita in “Ocean Song” o nella lugubre “My Mother Was A Chinese Trapeze Artist, così come il tagliente timbro della voce di Colin non passa inosservato. Si è nel 2002 e - fino a Picaresque del 2005 - illuminata casa madre del gruppo sarà la Kill Rock Stars. “Angel, Won’t You Call Me” è il prototipo dei colpi pop sapientemente piazzati in ogni disco - da Belle & Sebastian gotici e incupiti - mentre la maestria acustica di “I Don’t Mind” e “Apology Song” non fanno altro che aumentare le aspettative per il debutto full length dell’orchestrina di Portland. Naufraghi, reietti, rifiuti, zingari spagnoli e puttane turche ne sono i protagonisti. Originariamente uscito su Hush Records nel 2002, Castaways And Cutouts viene ripubblicato nel maggio 2003 dalla KRS. “July, July!” è l’anthem da cantare in estasi ai concerti, “Leslie Anne Levine” inaugura la carrellata di personaggi femminili dell’universo a forti tinte di Meloy, che proseguirà fino alla Margaret totale protagonista di Hazards Of Love. “Here I Dreamt I Was An Architect” diventerà assieme a “Cautionary Song” uno dei cavalli di battaglia di ogni vivace e divertito live act del gruppo. L’apice del disco è raggiunto con la multiforme “Odalisque” e nella conclusiva “California One/Youth And Beauty Brigade”, perfetti esempi della capacità di colpire allo stomaco con melodie coperte di fuliggine, ma capaci di rifulgere di gioioso splendore nel corso di pochi secondi. Sul finire del 2003, unitasi al gruppo la tastierista Rachel Blumberg, arriva anche ciò che è considerato, e a ragione, l’apice della natura cantautorale espressa dai Decemberists: Her Majesty. Pop sinfonico, folk stralunato e malato, la narrativa di Meloy che si fa sempre più contorta e fascinosa, rappresentano le chiavi di ogni pezzo in scaletta. Maestosa e ferale “Shanty For Arethusa”, scoppiettante e gioioso l’intarsio di voce, pianoforte e chitarre in “Billy Liar”, il soffice afflato di “Los Angeles, I’m Yours” fa da apripista per l’immensa “The Gymnast, High Above The  Ground”, intrisa della stordente poetica meraviglia della mortalità. Tremendamente intima e lacerante canzone d’amore per voce e chitarra “Red Right Ankle”, radiosa di emotività la lievemente psichedelica “The Bachelor And The Bride”, drammatica riflessione riguardo la lotta quotidiana contro il nostro ego “I Was Meant For The Stage”. Altro anthem al pari di “July, July!”, “Song For Mila Goldberg”. Si nuota, si annaspa, si è a un passo dall’annegare, ma basta aggrapparsi all’empatia, allo charme, al carisma di Her Majesty e, approdati a riva sani e salvi, si rivela come uno dei dischi che non può mancare nella propria collezione quando si tratta di citare quanto di meglio sia stato realizzato negli anni Zero. Anche se il sangue non vorrà smettere di ribollire per un bel po’ di tempo.

E Aprile (e non solo) avanza inarrestabile

Con l’inaugurazione della serie di ep Colin Sings, il capitano del vascello Decemberists dichiara di essere in grado di navigare a tutta velocità anche da solo, non facendo più mistero dei propri amori musicali, anzi, ponendoli in risalto quasi a mo’ di giustificazione per la direzione sonora che il gruppo intraprenderà da Picaresque in poi. I Colin Sings vedono la luce tra il 2004 e il 2008: tre ep nei quali il menestrello del Montana fa sue - nel senso più pieno e sentito del termine - canzoni di Morrisey, Sam Cooke e la Shirley Collins della cui visione musicale si dichiarerà sempre enorme debitore, tanto da essere fondamentale per i mutamenti e l’alta dose di epicità che assumerà la produzione del gruppo a partire dal passaggio alla Capitol. Trasformazione già in nuce in The Tain, in verità, canzone in cinque parti uscita sottoforma di ep, dai forti accenti prog e folk. Un po’ Fairport Convention, un po’ Pentangle, non risulta particolarmente riuscita, anche se vista nell’ottica di banco di prova per ciò che sarà The Crane Wife, assume un senso nonostante rimanga prescindibile. Il romanzo picaresco è così definito: Dallo spagnolo pícaro, briccone, furfante, nel romanzo picaresco si identifica generalmente una narrazione apparentemente autobiografica, fatta in prima persona e in cui il fittizio protagonista descrive le proprie avventure dalla nascita alla maturità. L’eroe è una persona di bassa estrazione sociale, generalmente un orfano nato da genitori ignoti e abbandonato a sé stesso in un mondo ostile. Per sopravvivere è costretto a compiere azioni riprovevoli, come rubare, uccidere, prostituirsi. Ma venire a compromessi con un mondo che è esso stesso spietato e crudele non pregiudica l’intrinseca bontà del personaggio, che alla fine è spesso premiata col successo. L’iniziazione alla società è caratterizzata da un fatto sfortunato, che dà l’avvio a una serie di peripezie e di viaggi durante i quali il protagonista si imbatte in persone di varia estrazione sociale. Definizione perfettamente calzante con quanto prodotto in generale dai Decemberists, ma chiaramente ancor più con Picaresque, ultima uscita su KRS del 2005. Classico disco di transizione (in tutti i sensi) forse un po’ troppo sottovalutato, semplicemente perché non aggiunge nulla di nuovo a quanto già espresso e soffre il peso dell’acquisita “classicità” del disco precedente. “The Infanta” è cavalcata arrembante ed ispirata, altro sintomo delle atmosfere che si respireranno nel disco successivo, echi di Kurt Weil in “The Mariner’s Revenge Song”, slanci di disperazione amorosa “We Both Go Down Togheter” e “Eli, The Barrowboy”. Bossa contaminata ad indie folk “The Sporting Life”, provenienza “Sargassi Doc” “The Bagman’s Gambit” e “From My Own True Love”, pura cantautoralità targata Decemberists “The Engine Driver”, “On The Bus Mall” e la splendida e particolare “Of Angels And Angles”.


Nuovo Capitol(o)

Il passaggio alla Capitol si concretizza nel 2006 con l’ingaggio del nuovo batterista John Moen. Colin ha ormai sciolto del tutto le briglie alla sua creatività, tramite la ricerca di nuove/vecchie e più “potenti” forme di espressione musicali per il gruppo. Poteva essere il classico passo più lungo della gamba The Crane Wife, ma fortunatamente - anche se con un bel po’ di senno di poi - si è rivelato riuscita rinascita nel segno della propria di tradizione, come approfondito in ambito di recensione su queste stesse pagine ormai tre anni fa. Il 2008 è il momento anche per l’unico vero disco solista ufficiale di Colin, documento sonoro di una serie di esibizioni solo voce e chitarra tenute nel 2006. Ancora sotto la luce dei riflettori la passione per la musica di Miss Collins, ma risulta comunque una piacevole sorpresa per chi pensava che, senza gruppo, Colin non fosse capace di tener desta l’attenzione in maniera degna. Si rivela invece decisamente “nato per il palco” e la successione di classiche composizioni del gruppo, chiaramente più stilizzate, ma forse ancora più toccanti, più alcune riproposte del passato targato Tarkius e traditional come “Barbara Allen”, rendono il cd non una questione for fans only. Di Hazards Of Love se ne parla più approfonditamente in sede di recensione, mentre rimane lo spazio per segnalare la piccola oasi cantautorale che i Decemberists si sono ritagliati, con l’uscita sempre nel 2008 della raccolta di singoli inediti Always The Bridesmaid, toccanti e strepitosi come se i tempi di Her Majesty non fossero mai passati. La memoria, però, difficilmente sarà difettosa in futuro al riguardo di quanto realizzato dall’orchestrina di Portland.

::The Decemberists su Audiodrome:: [1]


A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it [2]]

Gruppo: The Decemberists



Data articolo: maggio 2009

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