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Wallace Records

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Inviato da fabrizio 09 Lug 2009 - 23:59

Tra i maremoti e le catastrofi di un mercato musicale sempre più asfittico, in cui è dura sopravvivere per chiunque, ci accingiamo a festeggiare il decennale della nascita della Wallace Records. Dieci anni di uscite caratterizzate sempre da una qualità mai meno che buona, che trattasse di artisti di una certa fama o gente all'esordio. Solo l'entusiamo, l'abnegazione e l'onestà del suo creatore e factotum Mirko Spino, sono stati il carburante che non è mai finito e, anzi, ha saputo rinnovarsi costantemente tra modernità e tradizione. Da Bugo ai mille progetti di Xabier Iriondo e alle serie su vinile, dai R.U.N.I. ai Rollerball, dal molto hardcore agli importanti progetti avant, il catalogo Wallace è una miniera degna delle proposte di case discografiche più "famose". Ci accodiamo ai meritatissimi festeggiamenti anche noi, con le recensioni dei nuovi cd in uscita e con la seguente intervista a Mirko.



Bachi Da Pietra


Festeggiato in modo particolare questi splendidi dieci anni di Wallace?

Purtroppo no, la festa dei 10 è rimasta nel cassetto. Nel 2004 ho festeggiato i 5  ed è stato un bel party, ma dopo altrettanti cinque anni, i gruppi del catalogo si sono moltiplicati e averli tutti su un palco sarebbe stato arduo da realizzare, oltre che da organizzare, e, dato che il mio tempo libero si è decimato, non sono riuscito a far quagliare le cose. Confidate in quella dei 20.

Ok, ci si fa seri, su. Domanda scontata ma fondamentale: qual è stata la molla che ha fornito la spinta per necessaria per metter su una casa discografica? Genesi, con tutti i particolari possibili, della Wallace.

Gianluca, il bassista dei Jinx, è sempre stato un bravo trafficone, uno che ha e mantiene molti contatti e fa girare le cose. Aveva in mente di realizzare un 10” raccolta con qualche gruppo, per fotografare lo stato di salute del giro noise underground con Crunch, Six Minute War Madness, Three Second Kiss e, per l’appunto, Jinx, ma cercava e non trovava un’etichetta per la pubblicazione. Allora ho pensato “ghe pensi mi” e nel portare avanti il progetto ho allargato la cerchia per riempire i 40 minuti aggiuntivi che mi erano concessi dal passare dal formato 10” al cd (per una gretta questione economica). Siccome ai tempi organizzavo concerti e anche io ero un bravo trafficone, è stato facile fare la lista dei gruppi italiani che secondo me stavano facendo ottime cose. 13 gruppi invitati e 13 inviti accettati.


Com’è strutturata e si è evoluta l’organizzazione interna?

È una struttura aziendale piuttosto snella. L’ho applicata dopo avere letto i libri di strategia e organizzazione giapponese che trovi all’Autogrill: ho iniziato da solo, proseguo da solo, morirò da solo. Che tristezza. Questa organizzazione egomaniacale è dovuta a due fattori: il primo è la mia incapacità di delegare ad altri quello che ho imparato a fare da me, il secondo è che l’identità dell’etichetta è ormai legata alla mia persona e alle modalità artigianali, e anche gli addetti ai lavori sono abituati ormai a me, concedendomi della volte delle mancanze di professionalità che magari non lascerebbero ad un’agenzia o a qualcuno “serio”.

Come avviene l’inserimento di una band all’interno del roster Wallace?

Ci sono svariati metodi: ci sono musicisti che conosco da una vita ma con cui non ho mai trovato l’occasione di collaborare e magari poi capita il disco con cui riusciamo a farlo, o piuttosto giovincelli che mi folgorano con la loro musica e la loro attitudine. Nel primo caso spesso basta accordarsi su cose banali quali copie, formati, copertine. Nel secondo invece preferisco vedere il gruppo dal vivo, conoscerli e poi decidere se pubblicare il loro disco.

Mulu



Ci sono determinate caratteristiche fondamentali che una band o un cantante deve possedere naturalmente per poter essere pubblicato su Wallace?

Non saprei proprio dirtelo: la Wallace non è un’etichetta di genere, quindi non posso dire cose tipo: “se la musica pesta duro allora è più probabile entrare nell’etichetta” piuttosto che il contrario. Sicuramente mi piacciono le musiche personali e originali. Non banali, né commerciali. Ma quello che io considero “originale” poi può risultare banale ad altri. Quindi, alla fine, è una questione molto soggettiva ed estremamente legata al mio gusto. Oltre alla musica, poi, ci sono i musicisti, e anche in questo caso è questione di pelle. Ci sono persone che ti piacciono ed altre no. Non posso pensare di lavorare con persone con cui non è bello vedersi e parlare.

C’è qualcosa che rimpiangi in particolare? E cosa sei enormemente orgoglioso e fiero di aver potuto pubblicare o semplicemente far “nascere”? Considerando, ad esempio, che alcuni gruppi hanno iniziato con te ma poi han continuato prendendo altre strade.

Non ho rimpianti particolari, anzi, pur sforzandomi non mi viene in mente niente. Al contrario ho molte soddisfazioni. Credo che il fatto di avere un’etichetta che si curi dei dischi con una certa costanza, presenza e con qualche risultato, possa dare ai gruppi la possibilità e la spinta di concentrarsi al meglio sul loro lavoro e sui live. È un po’ come se a loro volta dovessero onorare il lavoro che io ho fatto su di loro. Questa è una cosa che va al di là del pubblicare un disco e che stringe parecchio i rapporti: infatti, i gruppi che lavorano stabilmente con me non hanno preso altre strade, sono rimasti con me. Ad eccezione di Bugo, ma lui ha preso una strada radicalmente diversa, quindi esula un po’ questo discorso. Un altro aspetto che mi inorgoglisce è l’attenzione ed i contatti che ho ricevuto da svariati musicisti di area punk e post-punk degli anni ‘80. Alcuni di loro ancora musicalmente attivi, ad esempio, mi hanno chiesto di pubblicare le loro ultime uscite: per me quel periodo, quell’attitudine e quelle musiche sono sacri, e il fatto che questa gente mi ritenga uno su cui si possa contare è roba da gran masturbazione.

Qual è stato il progetto più impegnativo da portare avanti e a termine?

Il disco ed il video del quartetto di Arrington De Dionyso, dato che oltre a questo c’è stato un tour, organizzazione sale prove e quattro “personcine” dal carattere poco mansueto. Comunque, nonostante lo sbattimento, l’impegno economico da insano di mente e altri imprevisti, sono molto soddisfatto del risultato e dell’esperienza personale.

E quello che è filato più liscio?

Molto spesso filano lisci, dato che essendoci sempre grande sintonia con i gruppi le cose scorrono veloci. In particolare è sorprendente la velocità con cui ho sempre fatto le grafiche insieme a Giambeppe Succi: i dischi dei Madrigali Magri, prima, e dei Bachi Da Pietra poi, hanno sempre booklet con testi, foto o fustelle particolari. Eppure non ci impieghiamo mai più di un pomeriggio per passare dal foglio bianco alla realizzazione dei file per le pellicole.

Come mai, accanto a quello che appare come il genere “principe” targato Wallace, l’hardcore e le sue sfumature, ci sono anche tanti e validi progetti “d’avanguardia”?

Fuzz OrchestraMi fa piacere che consideri che il genere principe sia l’hardcore e dintorni, dato che in altri casi l’etichetta è presentata come editrice di musiche di sperimentazione estrema, ignorando quindi il restante 80% del catalogo. Comunque, come ho già detto, l’unica scelta programmatica è quella di non essere un’etichetta di genere, qualunque esso sia. Sono sempre stato convinto che spingere su un genere musicale (e ormai parliamo solo di sotto-sotto-generi) sia legato ad una moda, quindi chi si affilia alla moda cavalcherà in fretta copertine e interviste per finire altrettanto celermente nel dimenticatoio. E, al di là di questo, l’eterogeneità che trovi nel catalogo Wallace rispecchia all’incirca quello del mio scaffale di dischi. Ad eccezione della sezione metal, ahimè…

Come sono nate le storiche serie tipo l’attuale Phonometak? E la pubblicazione delle creazioni improvvisate del network di Damo Suzuki?

La Phonometak Series nasce insieme a Xabier (Iriondo). Eravamo in vacanza insieme e ,chiacchierando di alcune registrazioni che avevamo in ballo (io avevo ricevuto i brani degli Iceburn, lui stava per registrare qualcosa con gli Zu) e dell’imminente apertura del suo negozio Sound Metak, abbiamo deciso di cominciare con questa uscita per poi invitare successivamente artisti non-Wallace con cui eravamo in contatto e che ci sarebbe piaciuto ospitare. Discorso diverso per il Network di Damo, che per sua natura è mutante nella formazione e non registra mai in studio. Quindi un live improvvisato, ben riuscito e ben registrato del Network è un disco a tutti gli effetti del Damo Suzuki’s Network. Ne potrebbero esistere milioni, ma quello che ho pubblicato mi è vicino per la presenza nel gruppo di musicisti che hanno già lavorato con me.

Hell Demonio


Dal punto di vista dei supporti musicali, considerando quanto la tua esperienza sia significativa, le cose come andranno?

So dirti come stanno andando (meno cd, più vinile e mp3), ma non come andranno, per lo meno dal punto di vista del supporto. Credo che per gli epicurei del cercare/trovare/possedere/mostrare la musica che ti rappresenta, non ci sia niente di meglio che il vinilazzo in qualunque formato, meglio se doppio, 180 grammi con copertina gatefold e inserti serigrafati e… ok, mi son fatto prendere la mano. Sostanzialmente prevedo l’estinzione del cd audio. Dal punto di vista dell’ ascoltabilità della musica non c’è limite al formato e alla possibilità di diffusione dei file e credo che ci si andrà a focalizzare sullo streaming on demand con alcuni server (di proprietà Microsoft, Google o chi altri) che diventeranno delle enormi “musico-teche”. A quel punto il ruolo dell’editore sarà quello di fare il contratto con il gruppo e poi vendere i file a Microsoft. In due parole: che merda. Spero di sbagliarmi o di continuare a trovare fabbriche che stamperanno vinile.

Come si sono sviluppate le vicende che hanno portato due grandi band come la Fuzz Orchestra e i Bachi Da Pietra ad accasarsi con la Wallace?

La continuità di dieci anni di musica ed in questi due casi di grande amicizia con tutti i membri dei gruppi: i tre Fuzz erano tre Bron y Aur, di cui ho pubblicato quattro album e che conoscevo già in era pre-Wallace. Per quanto riguarda i Bachi: Giambeppe pubblica i Madrigali Magri con Wallace e Bruno è discograficamente un fratello. È stato quasi scontato che si volesse continuare a lavorare insieme, perché fino ad oggi è sempre stato un rapporto onesto, paritario e proficuo per entrambe le parti. È così anche per svariati altri gruppi dell’etichetta, anche se questi due casi sono tra i più significativi.

Da quando hai iniziato fino ad ora, come detto, son passati dieci anni. E dieci anni in ambito musicale sono tanti. Come hai visto evolversi o involversi il mondo dell’industria musicale attorno a te?

In effetti i cambiamenti dell’industria musicale degli ultimi dieci anni non hanno pari rispetto al passato: mi ricordo che per masterizzare le prime copie promozionali del primo cd mi ero rivolto ad un’azienda esterna ed avevo pagato un botto di soldi. Questo giusto per contestualizzare. Quello che a mio avviso è cambiato radicalmente è la distribuzione (tralasciando il download, parliamo di acquisti di dischi): le grandi major continuano a puntare sulla distribuzione classica nei megastore, con presentazioni imperiali e marketing lussuoso, tutto questo ancora nel 2009. Conosco tantissima gente che acquista quintalate di dischi e raramente lo fa in un megastore. Forse ancora succede in un negozio specializzato, ma onestamente stanno chiudendo quasi tutti. È cresciuto parecchio il mercato parallelo fatto di acquisti on line, piccole distribuzioni e merchandise ai banchetti dei concerti. Per fortuna questo sfugge ancora alle Major.

Camillas


Quindi, la tua opinione sulla scena musicale italica e mondiale oggi?

Sono sempre stato un sostenitore della vitalità e della qualità dei gruppi nostrani, soprattutto in confronto al resto dell’Europa. Tuttavia è evidente il calo di interesse nei confronti della scena rock underground. Meno dischi venduti, meno locali per i concerti che a loro volta portano meno gente. Credo che il problema sia poco attinente con la musica in sé, quanto invece è legato al degrado culturale che è in atto nel nostro paese e non solo. È globalizzato pure il degrado. Basta pensare che per la “massa” la musica rock è quella che si suona a X-Factor.

Quali strategie o semplici manovre guidate dal buon senso sarebbero utili, secondo te, per permetterne la sopravvivenza o un cambiamento positivo?

Sempre e comunque suonare dal vivo. È l’unica cosa che non passa di moda, che non viene sostituita con un I-Pod e che permette ai gruppi di diventare Gruppi. E soprattutto, perché può esistere anche senza discografia e discografici: si parlava prima dell’esempio di Damo Suzuki: è un mito della storia della musica da trent’anni, va in giro per il mondo, ha conoscenze ed amicizie ovunque ed i dischi sono un di più.

Su quali gruppi made in Wallace ti senti di puntare per il futuro?

Dovrei consultare lo stratega del marketing Wallace per dirtelo (sorridendo, ndr).
So che posso contare su una serie di gruppi che hanno già una storia la quale è legata alla Wallace a triplo filo: Anatrofobia, Uncode Duello, RUNI, Fuzz Orchestra, Bachi da Pietra, Rollerball, Mattia Coletti, Gerda, Ultravixen, X-Mary (ho citato solo gente che ha pubblicato almeno tre dischi con me) e con i quali è abbastanza probabile che io continui a lavorare. Direi che sono già un numero sufficiente per tirare aventi qualche anno ancora…

Ma Mirko Spino cosa ascolta in particolare?

Molta musica, ma negli ultimi anni non mi capita più di innamorarmi molto facilmente di gruppi e dischi. Soprattutto non sto al passo coi tempi: solo da poco tempo ho scoperto Love Is Simple degli Akron/Family, che sto ascoltando a ripetizione, o le cose della Southern Lord che sembra siano già passate di moda. Forse sono solo indietro di un anno…

::Wallace Records su Audiodrome:: [1]

A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it [2]]

Label: Wallace Records 
Intervistato: Mirko Spino



Data intervista: giugno 2009

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