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Cursive

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Inviato da fabrizio 26 Ago 2009 - 01:37

Loser di professione?

Non che Tim Kasher possa aver mai avuto una pensata del genere, ma il suo status di eterno outsider ai bordi dei bordi del “mercato che conta”, sia con i Cursive sia con i Good Life, non è mutato ora, con l’uscita del nuovo disco, né mai muterà rispetto a quando in casa Saddle Creek contendeva a Conor Oberst il ruolo di artista principale dell’etichetta.




Ecco, forse è accaduto anche per questo, oltre che per il continuo e chissà quanto voluto mancare le “mode” del momento e relativi “imbucamenti” utili per il proprio quarto d’ora e qualcosa in più di celebrità. Che il novero della sua fanbase non sia mai andato oltre quello di culto e che neanche la stampa, cartacea o telematica che sia, gli abbia mai tributato il riconoscimento che merita, è cosa assodata. Ed allora eccolo lì, idealmente seduto al bar a sfondarsi di alcool dopo la solita storia d’amore finita peggio che nella merda, insieme ad altri illustri artisti cristallizzati tra successo vero e totale oblio. Davvero non lo merita, così come il solido e importante repertorio messo su a nome Cursive.

Stelle troppo lontane?

O non poi così lontane, ma comunque difficili da raggiungere. Come il canto soffocato di Tim, anche quando urla i suoi dolori, caratteristica principale delle melodie di marca Cursive. Non poi così lontane le stelle di poco prima, perché sostanzialmente la band di Omaha suona emocore e ha avuto con Domestica il suo momento di centralità nella scena relativa. Ora non scappate alla vista della parola emo. Chiaro che non ci si riferisce alla versione ultra edulcorata che tante fortune commerciali sta portando a robaccia come i Finley o i My Chemical Romance. A proposito delle origini dell’emo, questo articolo è il punto di partenza per un’escursione più approfondita del fenomeno, su queste “pagine” prossimamente. L’emocore ha prodotto anche tanto ciarpame (per restare su Saddle Creek, i Sorry About Dresden, decisamente prescindibili) e forse anche per questo i Cursive non sono stati più presi in considerazione dopo Domestica, nonostante siano stati protagonisti di un’evoluzione costante e in linea con uno stile personale, cosa non da poco soprattutto di questi tempi. Oltre a Kasher (voce, chitarra e composizioni), nel 1995 Stephen Pederson (chitarre), Matt Maginn (basso) e Clint Schnase (batteria) diedero vita alla band predicando quel misto di indie rock e post-hardcore che sarebbe poi stato denominato emocore. Dopo due 7”, Disruption e Sucker And Dry, rispettivamente su Saddle Creek e Zero Hour, il 1997 li vede esordire sulla lunga distanza con Such Blindino Stars For Starving Eyes, disco potente e ben scritto, ma ancora acerbo e lontano dallo stile Cursive che sboccerà del tutto già a partire dal secondo LP, The Storms Of Early Summer: Semantic Of Song. Da questo lavoro prende il via anche lo sviluppo di concept incentrati sull’analisi cruda e senza sconti di quanto c’è di più “emotivo” nell’animo umano, soprattutto in riferimento a particolari momenti di crisi personale. The Storms Of Early Summer è infatti incentrato sulla descrizione di ciò che accade quando si va incontro ad un esaurimento nervoso, ma è importante principalmente dal punto di vista musicale, dato che la capacità di Tim di rendere vividamente i recessi reconditi dell’animo umano non è ancora totalmente a punto. Dividendo tematicamente il disco in due parti, Uomo vs. Natura e Uomo vs. Uomo, si estrinsecano pezzi dalla potenza grezza che delineano e mettono un po’ più a fuoco la dicotomia della cifra stilistica del gruppo, sempre in bilico tra fragore hardcore, rigorosità math e aperture pop che trovano perfetta complicità nelle particolari capacità canore e interpretative di Kasher. Chitarre in twangle e andatura leggera per “The Rhyme Scheme” e “A Career In Trascendence”, struttura poderosa e quasi hard rock per “The Road To Financially Stability”, stemperata da delicati intarsi vocali. Ricolme di tensioni latenti e spunti post-core “Tempest” e “Break In The New Year”, assieme a Semantics Of Sermon rappresentano lo stato dell’arte dei Cursive, ancora lontani, però, da quello che diventeranno con i dischi pubblicati su Saddle Creek. Nonostante le potenzialità dimostrate, l’impossibilità di trasporre il tutto dal vivo causa mancanza di tour a supporto del disco e alcune incomprensioni all’interno del gruppo, portarono i Cursive a sciogliersi andando a confluire nei Bright Eyes, nei Commander Venus o in altri progetti personali che non portarono a nulla di significativo. Quando si dice far delle difficoltà e delle tensioni nervose il centro di ogni impulso creativo, positivo o negativo che sia.

Vestiti da sposa incendiati e cattivi organisti

Nel Giugno del 2000, Domestica restituisce i Cursive al mercato discografico, rinnovati ma capaci di proseguire il discorso musicale interrotto qualche anno prima anche a scapito di vicende personali non proprio esaltanti, copione andato in scena chissà quante volte in ambito musicale. Nel particolare, sono l’amarezza che consegue lo split del gruppo e soprattutto il fallimento del matrimonio di Tim a far da traino per lo sviluppo del terzo disco a nome Cursive, in cui le sfuriate hardcore si infittiscono al pari della melodicità di molti spunti, sapientemente amalgamati e compattati in canzoni dalla durata mai superiore ai quattro minuti, raggiungendo l’optimum e l’archetipo del disco emocore riuscito. Tra disperatissime richieste di aiuto e anthem di rivalsa, si snoda l’elaborazione del lutto delle vicende sentimentali di Tim, coadiuvato stavolta anche dall’ex Lullaby For Working Class, Ted Stevens. Le metafore utilizzate per rendere l’ambivalenza di reazioni emozionali che comporta l’amore, dal suo essere sublime e selvaggiamente amaro spesso anche contemporaneamente, contribuiscono ad ampliare l’impatto sonoro della band, impegnata a costruirvi attorno pezzi dalla struttura non convenzionale, spesso mancanti di veri e propri chorus o della struttura più classica dei dischi precedenti. A dominare la scena è in ogni caso la voce di Tim, sempre più affannata e potente al tempo stesso, capace di passare da sussurri rigonfi di abbattimento o di sensualità a “urlati” di rivincita, capaci di esplicitare al meglio la velocità di mutamento di stati d’animo che comporta una relazione che va in rovina alla grande, anche da un istante all’altro. Il tempo di dare alle stampe su Better Looking/Five One il prescindibile ep Eight Teeth To Eat You e ci si ritrova nel 2003 per il secondo disco su Saddle Creek, dotato ancora di ottime intuizioni compositive, per un viaggio ancora più approfondito nei recessi della meschinità umana, espressa stavolta in ambiti prettamente sessuali. The Ugly Organ sfoggia slanci melodici ancora più marcati e resi maggiormente drammatici e intensi dalla scelta programmatica, per quanto non così originale, di costituire il corpo musicale di ogni pezzo utilizzando furenti e appassionati intarsi tra le chitarre e il violoncello suonato da Gretta Cohn. E lo sgraziato organo del titolo non ha nulla a che fare con strumentazioni musicali o con l’artwork del cd: è proprio il cazzo, l’organo umano a cui la furente “creatività” di Tim si riferisce, tra sarcasmo e melodramma, stralci di ipotetiche conversazioni post-coitali ad affrescare un’ulteriore prospettiva tramite cui  guardare ai rapporti umani, con ancora il divorzio dello stesso Kasher posto sotto il vetrino del microscopio sonoro. Al di là della magniloquenza, a tratti eccessiva, sprigionata dal corpus della scaletta, The Ugly Organ non risulta pedante, eccessivo o troppo drammatico. Non a caso, il tema musicale portante della splendida “A Gentleman Caller” è quel The Worst Is Over che si ripercuote sempre più angelico e pacificato sfumando sul finale di “Stayng Alive”, dopo aver affrontato gli strapiombi di pulviscoli elettrici ed emotività lacerata di “Some Red Handed Sleight Of Hand”, “The Recluse”, della funerea “Butcher The Song” e delle concitate “Bloody Murder” e “Sierra”.

Istruzioni per una vita decorosa

Il progressivo allontanamento dagli stilemi emocore classici, inevitabile digressione per evitare ripetitività e noia, e la gioiosa sperimentazione pop che contraddistingue in parte The Ugly Organ e si rifletterà sui due dischi successivi, provengono direttamente dal progetto parallelo dell’irrefrenabile Kasher. I Good Life (sempre gruppo made in Saddle Creek) nascono nel 2000 come side project di Tim, anche se finiscono sin dal debutto Novena On A Nocturn con il coinvolgere il batterista dei Cursive, Todd Baechle dei Faint e il factotum di casa Bright Eyes, Mike Mogis. Il territorio di esplorazione è totalmente pop e - per quanto possano essere considerati reali paragoni con certa new wave dal sapore acido e dark - non c’è pezzo in tutti i dischi targati Good Life a cui possa essere anche solo avvicinate le definizioni di post-core, hardcore o emocore. Soprattutto il secondo cd, Black Out del 2002, a cui prendono parte il batterista Roger Lewis, il flautista Jiha Lee, il bassista dei Desaparecidos Landon Hedges e il tastierista Mike Heim, è un piccolo capolavoro di sperimentazione art-pop, alveo sonoro probabilmente più in voga ora che ai tempi, ma, come si è detto, non è nell’indole di Kasher la capacità di azzeccare tempi e “treni” di varia natura. I successivi Album Of The Year (quasi completamente acustico) ed Help Wanted Nights non raggiungono minimamente la caratura folle e ipercinetica di Black Out, ma sono ulteriore prova di come il desiderio di contaminazione e abbattimento di generi sia convogliato ormai completamente nel piano di ristrutturazione del suono Cursive. Ed è un vero peccato come l’evoluzione e l’apertura a sonorità meno costrette negli steccati degli stilemi “qualcosa-core”, abbia sostanzialmente contribuito a far passare quasi sotto silenzio il miglior disco della band di Omaha assieme a Domestica, quell’Happy Hollow pubblicato ancora su Saddle Creek nel 2006. Superate le pene coniugali, il tema portante del disco è la religione e il suo relativo impatto su chiunque. In particolare è analizzato il cristianesimo e le enormi conseguenze che la sua diffusione ha avuto in terra americana. Ogni canzone è l’espressione in materia di un punto di vista differente, arrivando, senza cadere in banalità o prese di posizione oltranziste – I'm not saying who's right/I'm just saying there's more than one way to skin a religion, da “Rise Up! Rise Up! - a cercare di stabilire quanto reale controllo ognuno ha della propria vita, delle proprie sensazioni, emozione e pulsioni. E la conclusiva “Hymns For The Heathen” fissa esaurientemente il punto su tutto quanto. Sviluppo tematico formidabile per una rinnovata veste sonora altrettanto formidabile: spariti gli archi, è il turno degli strumenti a fiato, per un ulteriore allontanamento dai percorsi obbligati dell’emocore verso aperture soul che a tratti ricordano gli Afghan Whigs tagliati pop. La voce di Tim si fa ancora meno roca e più espressiva per un bagno rinfrancante nel peccato, nella redenzione a ritmo di input di musica “nera” e new wave come mai la musica dei Cursive aveva mostrato. Raggiunte determinate vette, si sa, spesso si scende e il nuovo disco non si è rivelato in grado di competere con Happy Hollow, ma di questo se ne parla nello spazio recensioni. Rimane la certezza di una “carriera” maiuscola, al di là di generi e recinzioni di settore.

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A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it [2]]

Gruppo: Cursive [www.cursivearmy.com [3]]



Data articolo: agosto 2009

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