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Epidemic Records

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Inviato da fabrizio 29 Dic 2010 - 02:43

La Epidemic Records, attiva dal 2004, è nata per dar voce agli Smashrooms (gruppo in cui milita il fondatore della label, Gab) e, al contempo, supportare in maniera attiva la scena hardcore, intesa come insieme di attitudine e passione, voglia di suonare la musica che si ama e con questa diffondere un messaggio, sia esso espresso con i testi o con l’approccio personale. Perché, se è vero che alla fine i dischi si fanno con la musica, è altrettanto vero che l’hardcore cerca da sempre di andare oltre e di creare un nesso indissolubile con la vita di tutti i giorni. Nascono così le collaborazioni con band quali Affluente, LeTormenta, Lucida Follia, Milizia H.C., solo a citare gli esempi più lampanti di un sentire che va oltre la mera voglia di farsi conoscere e di imitare i propri idoli, compagni di strada che ben esemplificano l’approccio consapevole della label bresciana.



Senza troppo clamore, quasi in punta di piedi, Gab ha utilizzato le pratiche del do it yourself e della coproduzione come armi di una guerra pacifica e lontana dai clamori della ribalta, eppure fondamentali per mantenere vivo uno spirito ostinato. Nonostante i molti necrologi e coccodrilli, infatti, l’hardcore continua a spargere i propri semi e, almeno nelle sue forme più vere, influenzare label, gruppi, fanzinari, organizzatori di concerti e chiunque crede ancora in una musica che viene dal basso e va vissuta in prima persona. 
Tra le molte difficoltà, l’alternarsi di mode e modi, l’irrefrenabile svuotamento di contenuti e i ripetuti tentativi di rendere commerciabile anche la passione, la Epidemic Records ha continuato per la propria strada al solo scopo di pubblicare dischi hardcore, nell’accezione più ampia del termine.
In occasione dell’ultima uscita targata Smashrooms, abbiamo deciso di raggiungere Gab per farci spiegare cosa significa mandare avanti una label do it yourself nel 2010, a prima vista un’impresa pari al gettarsi contro i mulini a vento lancia in resta.



Innanzitutto, mi piacerebbe sapere se hai cominciato prima come musicista o con la label.

Gab: Ciao Michele e amici di Audiodrome.it! Be’, direi come “musicista” (che parolone!), ma il passo è stato breve. Quando ho iniziato la mia avventura musicale, venendo a contatto con il punk, mi sono subito reso conto che le grosse etichette, i grossi giri, non facevano per me e per quello che vedevo nella musica punk. Mi chiedevo se non fosse il caso di creare un’etichetta tutta mia, con la quale far uscire i dischi che un giorno avrei fatto con il mio gruppo e che, magari, desse una mano ai tanti gruppi di amici che si trovavano sulla mia stessa barca. Forse un po' grezza e semplicistica, ma avevo già colto la mia vena d.i.y., che poi si sarebbe concretizzata in Epidemic Records. “Dopo tutto”, pensavo nella mia testa di ragazzino, “anche i Bad Religion crearono la Epitaph per lo stesso scopo!”.

Credi che essere attivo anche in un gruppo ti aiuti nel relazionarti con le band che escono per la Epidemic o, per lo meno, a comprendere meglio le loro esigenze/aspettative?

Sicuramente aiuta, perché mi mette nella loro stessa posizione, in quanto vivo le stesse esigenze e aspettative di qualsiasi altro gruppo che entra in contatto con un etichetta come Epidemic. È un processo automatico: so che per il mio gruppo serve qualcosa e di conseguenza la faccio e, allo stesso modo, la faccio anche per gli altri gruppi con i quali ho il piacere di collaborare. Per esempio, distribuire tramite scambi con altre etichette e distro le mie uscite, destinare un numero di copie alle recensioni, pubblicare e promuovere le uscite su vari forum legati alla scena hardcore, essere un riferimento valido nel momento in cui il gruppo richieda un qualche tipo di aiuto. Queste sono esigenze ed aspettative del mio stesso gruppo e automaticamente diventano una sorta di “standard” per Epidemic Records.

Quanto conta il lato umano/attitudinale nello scegliere una formazione da far uscire per la tua etichetta? Che tipo di caratteristiche deve avere un disco per uscire su Epidemic?

Il lato umano e l'attitudine sono presupposti imprescindibili per Epidemic, da sempre. Non mi piace valutare un gruppo solo da un link dal quale scaricare una cartella di mp3 o da un cd-r. Stabilisco subito un contatto umano, per capire se siamo sulla stessa lunghezza d'onda. Puoi essere bravo quanto vuoi a suonare, ma se sei uno stronzo, resti uno stronzo. Ci sono gruppi mediocri composti però da ottime persone e a questo non sono indifferente.
Un gruppo può attirarmi se vive in modo genuino quello che fa (niente rockstar, per intenderci!) e sono ben contento di avere a che fare con band che hanno una coscienza critica e che condividono con me alcuni valori fondamentali come, ad esempio, l'antifascismo e tutto ciò che ne è corollario: rifiuto per le discriminazioni di razza, genere, orientamento sessuale e via dicendo. Apprezzo ulteriormente quei gruppi che prendono posizione anche per quanto concerne il tema della liberazione animale e della terra, oltre che umana. Insomma, riportando tutto su un piano meno teorico e più pratico: dobbiamo andare d'accordo e avere di che spartire, altrimenti, non me ne voglia nessuno, non ce n'è. Ultimo, ma ovviamente non meno importante: un disco è un buon candidato se incontra i miei gusti musicali!


Scorrendo la lista delle tue release, si nota una forte componente impegnata (cito a caso Affluente, LeTormenta, Lucida Follia...). Credi che sia possibile definire la Epidemic come una label dal taglio politico o, comunque, impegnato? Cosa ne pensi in genere dell'unione tra musica e ideologia che - soprattutto in Europa - ha segnato la nascita della scena hardcore?

Riagganciandomi alla precedente domanda, direi di sì, Epidemic Records ha un suo taglio politico. L'hardcore è divertente, è una valvola di sfogo, è una musica che trasmette energia e un'infinità di emozioni talvolta contrastanti, ma nella mia visione è anche un valido pretesto per portare all'attenzione alcune tematiche, o comunque presentarle in un piccolo spaccato del vissuto, nella speranza che chi le incontra poi le sappia esportare nel suo quotidiano.
Inutile dire che apprezzo l'hardcore quando a supportarlo ci sono anche dei contenuti di un certo rilievo, se poi un gruppo o un disco incontrano i miei gusti musicali, tanto meglio. Ben venga, almeno nel punk e nell'hardcore, l'impegno politico, ma serve una certa elasticità mentale: perché l'hardcore è, in fin dei conti, anche musica e le lotte politiche, seppur supportate da momenti in cui divertirsi e al contempo trasmettere un messaggio (come può essere un concerto o un evento benefit), si svolgono in atto pratico anche su altri terreni, spesso ben più fruttuosi.
Credo che l'hardcore debba avere dei valori intrinseci e imprescindibili per essere completo, ma non per questo debba essere monotematico. Ci sono molti gruppi e dischi farciti di slogan e testi politicizzati che non sanno, però, andare oltre a questi e altrettanti gruppi che propongono un approccio più intimista nelle liriche ma che, come persone, risultano più genuine e nel loro quotidiano vivono scelte politicamente concrete.

Tu come sei entrato in contatto con il mondo hardcore e cosa ti ha affascinato di questa scena? Credi si possa ancora parlare di attitudine e etica hardcore nell'attuale panorama italiano e mondiale?

Mi sono avvicinato al punk e all'hardcore in adolescenza, quasi per caso. I primi ascolti sono stati i gruppi più noti di quel periodo: Offspring, NOFX, Rancid, LagWagon, Good Riddance, insomma, scuola californiana, melodica e via dicendo. Col tempo, però, l'avvicinarmi alla scena più politicizzata mi ha portato sulla scia di un altro tipo di punk, più duro e meno orecchiabile rispetto ai primi ascolti. Avevo voglia di fare e di spaccare il mondo, ma vedevo che, salvo alcune eccezioni degne di stima, in realtà era tutto un teatrino del sabato sera, nemmeno tanto diverso da quello dei discotecari che disprezzavo: serata al concerto, gente che si sbronzava fino a non capire più niente, cliché su cliché e discorsi vuoti come le bottiglie birra che si fracassavano al suolo. Trovavo invece sempre più interessanti i discorsi e le persone che incontravo ai concerti hardcore. Per cui ho iniziato a frequentare sempre più concerti di questo tipo, spesso benefit e caratterizzati da un forte taglio politico, nei quali rivedevo più contenuti e meno chiacchiere. Una volta liberatomi dell'ingombrante zavorra del punk come l'avevo visto proporsi nei primi anni, ho iniziato a scavare sempre più a fondo nell'hardcore (e forse l'hardcore ha scavato in me) ed eccomi qui!
Penso che si possa parlare ancora di attitudine, anche se spesso capita di imbattersi in gruppi che l'hardcore “l'hanno imparato” su internet e non hanno mai sviluppato un approccio più genuino, sintomo di un'autentica dedizione ad un mondo fatto di sacrifici ma, al contempo, capace di dare grandi soddisfazioni. Credo che anche nella questione etica si possano trovare esempi virtuosi e meno virtuosi. Ma non si può credere che tutti la pensino allo stesso modo, per cui sta a noi supportare o meno certi gruppi, a seconda della nostra personale visione.

Come dicevamo, tu stesso sei impegnato in una formazione hardcore, gli Smashrooms, in giro ormai da vari anni e con all'attivo parecchie release. Ti va di introdurceli e raccontarci cosa state facendo in questo periodo?

Gli Smashrooms (www.myspace.com/smashrooms [1]) sono il gruppo in cui “canto” e suono la chitarra. Con me ci sono Cesko al basso e Cello alla batteria. Oltre ad un primissimo lavoro che raccoglie i primi pezzi del gruppo, più melodici e adolescenziali (beata gioventù), abbiamo all'attivo Rest In War (CD, 2007), The Wind Of Tomorrow (7”, 2009) e da poco è uscito Questions, un nuovo 7”, ovviamente per Epidemic Records. Abbiamo avuto modo di suonare parecchie date in Italia e anche all'estero e abbiamo voglia di suonare ancora e ancora! In questo momento siamo reduci dal tour europeo di ottobre, un minitour italiano di 4 date con i nostri amici austriaci (e compagni di etichetta) Plague Mass e una due giorni tra Svizzera e Germania. Ora stiamo rifiatando un attimo per riprendere i live già da questo sabato, in cui saremo a Padova. Abbiamo fissato concerti fino a febbraio, anche a supporto dell'uscita di Questions. Tra marzo e maggio Cesko se ne andrà all'estero per cui ancora dobbiamo valutare come affrontare quel periodo, se fermarci oppure trovare un volonteroso amico che abbia voglia di subentrare per eventuali concerti in assenza di Cesko. Ne parleremo a breve e vedremo il da farsi.

In che modo credi che label e gruppo si completino nel dare voce alla tua urgenza creativa? Possiamo rintracciare una linea comune tra questi due aspetti della tua personalità?

Non saprei, forse la risposta sta banalmente nel fatto che suonare in un gruppo e gestire un'etichetta do it yourself sono entrambe espressioni concrete della mia passione per l'hardcore. Il gruppo mi consente di suonare e comporre musica e testi, l'etichetta di farla circolare, insieme a quella di altri gruppi che meritano a mio avviso il mio e il vostro supporto. In passato ho scritto anche una fanzine e più recentemente una sorta di webzine/blog con recensioni e interviste, entrambi questi progetti però si sono arenati a causa della mancanza di tempo a disposizione per occuparmi di tutte le attività della mia vita. Attualmente sto valutando, insieme a Cesko, bassista degli Smashrooms, la redazione di una piccola fanzine caratterizzata da un taglio più incentrato sulla diffusione locale, per vivacizzare la stagnante situazione nella nostra città, Brescia. Si tratta però ancora di un progetto senza rilevanti sviluppi concreti, ma ne stiamo parlando da un po', si vedrà!


Cosa altro riempie le tue giornate? A cosa dedichi il tuo tempo?

Il mio impegno ufficiale è l'università, studio lingue e culture straniere per il turismo (detto così suona figo e serve a darmi un certo tono!). Non sono mai stato un secchione, ma ora sento l'urgenza di dover portare a termine gli studi!
La vita sociale ultimamente è un po' fiacca, ma è un periodo e l'inverno non fa certo venir voglia di uscire spesso! In compenso cerco di tenermi impegnato: il lunedì sera sono in onda con alcuni amici sulle frequenze dell'emittente antagonista Radio Onda D'Urto, con un programma chiamato Punk Rock City, durante il quale trasmettiamo punk rock, hardcore, pop punk, oi! e tutto ciò che vi gravita attorno. Seguo, quando riesco, le attività del centro sociale di Brescia, il CS Magazzino 47, dove talvolta organizzo qualche concerto (ma non tempestatemi di e-mail, non posso far suonare tutti!). Ogni tanto faccio da driver ai gruppi in trasferta/tour, ma questa cosa a volte risulta difficile da conciliare con l'impegno primario dell'università, in periodi d'esame. Mi piacciono varie serie tv (che ovviamente non guardo mai in tv, ma che scarico selvaggiamente!) e come potete immaginare suono e ascolto musica.
Per il resto, mi piace viaggiare quando ne ho l'opportunità e perdere tempo in internet, un po' come tanti.

Torniamo alla Epidemic, quali sono le realtà musicali che ti hanno influenzato e spinto a creare un'etichetta tua? Che tipo di percorso vorresti seguisse la Epidemic e quali obiettivi ti sei prefissato?

È difficile da dire. Sicuramente sin dall'inizio vedere che il punk si basava su una sorta di mutuo supporto tra realtà interne ad esso mi ha affascinato. Chi gestiva un'etichetta, grande o piccola che fosse, era qualcuno che poi ai concerti ci andava, sopra o sotto al palco. Non era un commendatore incravattato che contava i soldi e faceva proiezioni di mercato. Non credo ci siano etichette che mi abbiano ispirato, in generale è stato il d.i.y. a darmi l'input necessario: volevo fare qualcosa anche io e l'ho fatto.
Per il futuro vorrei che Epidemic Records continuasse il percorso intrapreso, ossia cercare di proporre dischi ben fatti e validi, senza venir meno ai suoi principi fondamentali. Credo che il miglior risultato per un'etichetta d.i.y sia quello di “lavorare” bene e proporre dischi interessanti e di qualità, riuscire insomma ad essere una vera alternativa alle produzioni più “industriali”, per intenderci: do it yourself. non significa fare le cose in modo approssimativo e con risultati di qualità mediocre: se un disco suona bene, si sente bene, ha una bella grafica, ha contenuti validi ed è uscito grazie al do it yourself, è una vittoria. Allo stesso tempo vorrei continuare a crescere sul versante distribuzione, proponendo una vasta scelta di dischi a chi si avvicina al mio banchetto ai concerti o visita il mio sito.

Tu hai prodotto sia cd sia vinili, quali ti danno maggiori soddisfazioni e quali sono accolti con più interesse dal pubblico? Credi che il formato 7" (da sempre momento fondamentale nella scena hardcore) continui a mantenere il suo ruolo primario?

Personalmente mi piace molto il vinile, anche se ogni disco che ho fatto uscire ha per me lo stesso valore, che sia vinile o cd. Purtroppo non ha lo stesso valore per quanto riguarda la stampa: il cd è più economico e spesso si rivela una scelta un po' necessaria. Il pubblico risponde più o meno allo stesso modo al vinile o al cd, molta gente non guarda nemmeno le scatole dei cd e si fionda sui vinili direttamente, altri - che magari non hanno il giradisch i- fanno l'opposto. A livello di distribuzione ho trovato più semplice distribuire il vinile, soprattutto nel formato 7”, credo a causa dei costi che comporta la spedizione di un pacco di LP, il che scoraggia notevolmente gli scambi a distanza. Il 7” è decisamente un bellissimo formato (testimoni i due 7” degli Smashrooms usciti a meno di un anno di distanza), perché consente di far circolare con una certa immediatezza materiale nuovo del gruppo, senza dover attendere le tempistiche che si possono verificare nella composizione, registrazione e produzione di un LP. Inoltre per il pubblico costa meno e quando qualcuno si vuole sbilanciare nell'acquisto di un disco, poter spendere meno della metà del costo di un LP talvolta si rivela un grande incentivo. E poi, per fare una battuta e mettendola sul poetico, forse il 7” riesce a sintetizzare l'immediatezza dell'hardcore.

Come ti poni rispetto ad internet e agli mp3? Qualcuno ha insinuato che il file-sharing e gli mp3 da un lato abbia portato alla libera circolazione della musica che da sempre il punk predicava, ma al contempo abbiano anche affogato chi aveva qualcosa da dire in un oceano di musica senza valore e priva di idee, magari creata sul pc di casa solo per aprire un profilo su MySpace o caricare un video su Youtube. esagerazione o triste realtà?

Dipende da come si vede il bicchiere, se mezzo pieno o mezzo vuoto. Credo che stia tutto alla coscienza delle persone. Se ti piace un gruppo o un disco d.i.y., scaricalo pure, diffondilo, aiutalo a farsi conoscere anche in questo modo. Ma ricordati che dietro a quella cartella di mp3 che scarichi si celano impegno, fatica, passione e anche una grossa spesa di denaro, opera di gente proprio come te: nessuno, gruppi o etichette, in questo giro ha i soldi che gli escono dalle orecchie, è una vita di sacrifici e spesso è un buco nero economicamente parlando. Per cui se ti piace quel disco e quel gruppo e hai la possibilità di supportarlo, acquista una copia di quel disco. Solo così si mantiene viva la scena, perché se i dischi rimangono invenduti e tutti scaricano selvaggiamente, i gruppi o le piccole etichette non possono più permettersi di perderci soldi e sono costretti a mollare e sciogliersi.
Per quanto riguarda internet: anche lì vale il discorso del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto: è una risorsa incredibilmente utile, sopratutto per un circuito che non ha tanti altri mezzi per ottenere visibilità, ma allo stesso tempo, non posso che darti ragione: ha permesso a qualsiasi tipo di gruppo, anche quelli più insulsi e dalle idee decisamente inutili, di farsi notare. Sta ancora alle persone saper discernere secondo coscienza.


Cosa ti spinge a portare avanti una label d.i.y. e che consigli ti va di dare a chi fosse interessato ad aprirne una?

È la prima volta che mi pongo questa domanda, sintomo forse che per me l’etichetta è diventata un'attività naturale nella mia quotidianità. Credo che sia ancora la voglia di fare qualcosa in prima persona per questa creatura chiamata hardcore e la ricerca di soddisfazioni personali che negli anni non sono mancate grazie ad Epidemic Records.
Per tutti coloro che desiderassero intraprendere questo percorso: fatelo, impegnatevi, mettetevi in gioco e create anche voi il vostro angolo di alternativa al mercato discografico che ormai non sa più come propinarci la solita minestra scialba. Cercate sempre di fare le cose al meglio e non accontentatevi di risultati mediocri, se avete le potenzialità per fare qualcosa di veramente figo.
Ultimo consiglio, ma carico di saggezza e praticità: nel momento in cui decidete di avviare un'etichetta o distro d.i.y., mettete in conto che è i soldi se ne vanno e non è detto che ritornino, per cui se pensate di diventarci ricchi, è meglio che lasciate perdere in partenza.

Cosa succederà nel 2011, hai già qualche progetto in cantiere con la Epidemic records?

Ovviamente ho già gettato uno sguardo nel 2011. Però preferisco non anticipare niente, spero di poter comunque realizzare questi progetti perché sarebbe una grande soddisfazione... e una sorpresa per voi! Quindi restate sintonizzati su www.epidemicrecords.cjb.net [2] o su www.myspace.com/epidemicrecordshc [3] dove potrete seguire gli sviluppi.
Vorrei salutarti e ringraziarti di questa bella chiacchierata! Colgo l'occasione per salutare anche tutti i lettori di Audiodrome e scusate se mi sono dilungato un po' troppo!

::Epidemic su Audiodrome:: [4]


A cura di: Michele Giorgi [michele.giorgi@audiodrome.it [5]]

Label: Epidemic Records



Data articolo: dicembre 2010

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  [3] http://www.myspace.com/epidemicrecordshc
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