[audio]drome

CURRENT 93 | 25/3/2011

Articoli / [live]view
Inviato da fabrizio 26 Apr 2011 - 21:40

Bologna - Locomotiv

(la foto, sotto licenza Creative Commons [1] è di lucadex [2])



Finalmente David Tibet e soci approdano in Italia per presentare al pubblico la loro ennesima e ultima fatica Honeysuckle Æons, confermando di essere proprio in gran forma. E anche parecchio prolifici discograficamente parlando, visto che il discreto Baalstorm, Sing Omega è uscito appena lo scorso anno. Evidentemente la logica che persegue l’autore nato in Malaysia - per questa occasione molto rilassato e “distante” il giusto dal pubblico - è anche e soprattutto quella di battere il ferro finché è caldo, e il Locomotiv stipato e arroventato fino all’inverosimile lo dimostra ampiamente.
Confessiamo inoltre che per noi è il primo vero “incontro” on stage col menestrello inglese, dopo anni di ascolti attenti e date perse all’ultimo momento. L’attesa dunque era tanta, certamente alimentata dalla storia personale di Tibet e dalla possibilità di vederlo suonare col gotha internazionale della musica avant-rock del momento. In formazione, infatti, tra gli altri ci sono: l’onnipresente Alex Neilson alla batteria (ha prestato le sue braccia anche per Alastair Galbraith, Bonnie “Prince” Billy…), Andrew Liles (The Hafler Trio, Nurse With Wound) e il timido James Blackshaw (visto già in apertura per gli Swans dell’ultimo tour) alle chitarre e un ispiratissimo e istrionico Baby Dee al piano.
Anticipato dalla incredibile introduzione della solare “Rivers Of Babylon” (sì, quella dei caraibici Boney M), che è uno effetto tardo 70’s davvero spiazzante, si parte subito in quarta con i nuovi pezzi - su tutti le ottime “Moon”, poi “Honeysuckle” (molto waitsiana) e “Pomegranate” e la sua melodia languida accompagnata da un theremin -  intervallati da una stranita “Black Ships Ate The Sky”, che è una sorprendente visione posta tra timide folate alquanto shoegaze e insoliti lustrini molto Primal Scream. Questo per sottolineare quanto impegno Tibet, in combutta con i suoi musicisti di turno, ci metta per rielaborare i pezzi, che non sono mai del tutto simili (confermato da gente che li ha visti in più occasioni dal vivo) alle volte precedenti. Tutto ciò di fronte a un pubblico molto attento e voglioso di ascoltare le sue storie fino allo stremo, anche se poi il gig dura solo un’ora e mezza scarsa. Infatti, nonostante ormai la produzione del bardo inglese si sia fatta sempre più ridondante, parecchio copiosa e figlia di una certa bulimia compositiva, occorre ribadire che di artisti come Tibet ce ne sono proprio pochi in giro. In chiusura di set segnaliamo poi “Coal Black Smith”, traditional albionico dalla travagliata origine, che -  durante il breve commiato (solo un bis e poi tutti a casa) – è stato trasformato in felice sabba con un organo quasi recuperato dalle macerie e con l’ugola scomposta del nostro che salmodiava sicuro di storie di vergini e di redenzione, in questa sorta di giga irlandese molto dark e altresì funerea. Dopo cala velocemente il sipario e iniziano le urla di alcuni devoti ed accalorati fan che sperano che Tibet non finisca mai di suonare. Ma è proprio tempo di ripensare a noi stessi e di prendere una salutare boccata d’aria.


A cura di: Maurizio Inchingoli [info@audiodrome.it [3]]

Gruppo: Current 93



Questo articolo è stato inviato da [audio]drome
  http://audiodrome.it/

La URL di questo articolo è:
  http://audiodrome.it/modules.php?op=modload&name=News&file=article&sid=7450

Links in questo articolo
  [1] http://creativecommons.org/licenses/by/2.0/
  [2] http://www.flickr.com/photos/lucadex/
  [3] http://audiodrome.it/mailto:info@audiodrome.it