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Angelica 2011 – Serata 19 maggio

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Inviato da fabrizio 30 Mag 2011 - 20:16

Teatro San Leonardo - Bologna


Veloce e molto parziale reportage, questo dedicato alla edizione 2011 di Angelica Festival, un appuntamento imprescindibile della primavera bolognese.
Il calendario ufficiale consta di nomi importanti e altisonanti, tra i quali Jim O’Rourke con una piece inedita, intitolata “It’s Not What It Used To Be”, e poi Wadada Leo Smith, Pauline Oliveros, Roscoe Mitchell, Heiner Goebbels. Questo solo per ribadire la caratura internazionale di un festival che si muove in ambiti “jazz, avant e contemporanea” e che rimane comunque alternativo rispetto anche ai classici eventi musicali della città. Confessiamo poi che, appena letto più attentamente il programma, ci ha destato una certa curiosità il trittico di serate dedicate alla scena artistica norvegese organizzate in collaborazione con l’ambasciata di quella creativa enclave del Nord Europa. Riusciamo a partecipare solo alla prima di queste, vista anche la concomitanza di altri concerti, e posiamo le nostre orecchie sugli artisti invitati da Luca Vitali, colui che s’è preso la briga di organizzare questa sezione.
Si comincia con Maja S. K. Ratkje, una donna elegante e al contempo particolarmente eccentrica e “selvatica”, quasi mascolina nell’aspetto. Invitata da Angelica 2011 per presentare il suo lavoro sulla voce, e agghindata in un elegante completo bianco-nero con vistosa borsa in rigoroso pendant, si presenta sul palco della ex chiesa di San Leonardo in punta di piedi, quasi come non esistesse, e prende subito possesso delle macchine, laptop compreso, per provare a dare una nuova chiave di lettura ad umori e istanze black metal solo un po’ più “spirituali” e fantasmatiche. Come una strega che sta per iniziare un rito propiziatorio e maneggia una scatola nera simile ad un intonarumori, memore dei malefici sabba di Diamanda Galás, la nostra imbastisce una buona prova vocale, con annesse veloci scale diplofoniche, accompagnata dapprima da un lungo bordone sempre più ispessito dalle macchine, che poi a tratti rimbrotta e si perde in accidentali crescendo harsh noise, tra ascetiche fasi ambient che più nera non si può e sinistra ancestralità. A tratti, lo ribadiamo, si ha la netta impressione di avere a che fare con una sorta di free-electro-rock dagli accesi toni black; ma le indecisioni rimangono, visto che la minuta ragazza di Trondheim non sa scegliere tra un angustiante incedere finto metal o l’ambient più grigia che a volte pare di sentire, specie quando le sue urla si rasserenano e i sospiri prendono il sopravvento. Rimandata.
È la volta poi di Dans Les Arbres, collettivo franco-norvegese composto da Xavier Charles al clarinetto, Christian Wallumrød al pianoforte preparato, Ingar Zach alle percussioni e Ivar Grydeland alla chitarra e al banjo. Particolarmente ostica ed impenetrabile ci pare la loro proposta post-minimalista che sembra un lungo e quasi dimesso requiem, mai troppo ridondante, e sempre sul punto di esplodere, composto da scampanellii sordi e funerei e pennellate di note scarne e quasi ‘impro’ caratterizzate dal piano sghembo e stonato artatamente. Il breve set si dipana perciò in maniera estatica, sospeso in una perfezione formale ed esecutiva altrettanto fredda e piatta, come da manuale, e con quelle colorate macchie di inchiostro da musica da camera che danno un tocco di celata felicità grazie all’ottimo banjo di Grydeland. Una esibizione rigorosa, certosina, ma un pelo accademica per i nostri gusti, dobbiamo ammettere.
La situazione cambia decisamente a fine serata con il duo Edoardo Marraffa – Paal Nilssen-Love: l’attacco è senza respiro, al fulmicotone, e non lascia quasi il tempo di pensare. In buona sostanza il duo spacca, in senso figurato e non, con questo abbondante set di tre quarti d’ora più un veloce bis, dove il sax tenore alto del primo e la batteria del secondo sono al massimo delle loro modalità espressive. Tra astute e vigorose incursioni free che rasentano addirittura il noise più cruento, come dimostrano lo spastico e matematico drumming del simpatico danese e le gutturali note del sax dell’italiano. Il duo è praticamente un progetto inedito, visto che pare si sia composto la prima volta in quel di Berlino solo pochi mesi fa, per poi provare a dare – trovandola decisamente - una quadratura al cerchio. L’affiatamento è perciò portentoso e devastante, non c’è che dire, ed i risultati ci sono tutti. Insomma, mai il free jazz ci è sembrato meno noioso e vivo come in questa prova che rende felici gli attentissimi astanti, e ci riconcilia con un genere musicale che abbiamo sempre lambito con curiosità ma mai apprezzato fino in fondo.
Tuttavia le considerazioni che se ne traggono sono poche e per forza di cose limitate dal tempo a nostra disposizione, ma la fruizione di questi eventi di Angelica Festival rimane sempre molto facile e foriera di interpretazioni positive, con la città che ben si presta come luogo, grazie alla sua comoda posizione, ed al buon programma che lo accompagna. Altre sono poi le riflessioni che si possono e devono fare riguardo le prove on stage dei singoli musicisti, ma quello rimane ad esclusivo appannaggio delle rispettive opinioni personali. Per inciso la nostra rimane positiva, ma con riserva su alcune scelte stilistiche.


A cura di: Maurizio Inchingoli [info@audiodrome.it [1]]

Evento: Angelica 2011



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