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MAX PETROLIO

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Inviato da fabrizio 18 Giu 2011 - 11:03

È da un paio di mesi uscito il suo ultimo disco, Telefoni Mortimer, positivamente recensito su queste pagine: un surreale concentrato di elettronica e cantautorato, di angoscia contemporanea con un punto di vista critico e curioso, che non tralascia affatto l’ironia.
Ne ho parlato proprio con Massimo Panariello, in arte Max Petrolio, in questa intervista che lui ha concesso ad Audiodrome. Le sue risposte, puntuali e intelligenti, lasciano già da sole intravedere la qualità, la ricerca e l’attenzione che stanno dietro al suo lavoro.
Buona lettura.




Intanto, per rompere il ghiaccio: dove finisce Massimo Panariello e dove comincia Max Petrolio? In sostanza, chi è Max Petrolio?

Massimo Panariello: Mi sento come la linea sottile che divide la realtà dalla fantasia, la visione dalla convinzione, il coraggio dalla paura. Un tempo forse era più possibile declamare con convinzione l’esistenza di una labile retta che frazionava questi due mondi, come l’uomo dall’animale. Oggi mi sento di dichiarare che, forse, le due realtà si sono fuse, creando un universo estremamente variegato. Max Petrolio non è altro che la combinazione tra bestia ed essere umano, tra cinico e credente. Al momento sono più cosciente di mostrare al mondo un lato da troppo tempo tenuto a bada, temuto, quello che mi spinge verso una ribellione intellettuale. Come ogni sindrome, questa ha preso il sopravvento in me, mischiandosi, sfamandomi, trasformandomi in un reporter che guarda con occhio stravagante l’universo. Se Massimo Panariello era la realtà e Max Petrolio il sogno… si sono assemblati generando una sola singola persona!

Il tuo ultimo disco, Telefoni Mortimer, pare un vero e proprio concept sulla contemporaneità, con l’attenzione focalizzata sulle tecnologie. Confermi?

Si parla di concept album contemporaneo, anche se come sai è sempre più complicato entrare immediatamente nell’immaginario delle persone. Ho trovato spesso questa definizione all’interno di recensioni o quant’altro per risolvere il mio operato, e ne rimango sempre gratificato, questa è più o meno la mia direzione operativa. Dar vita ad un disco che non sia solo una raccolta di canzoni, ma che rappresenti un escursione cantata tra brani legati da un unico filo conduttore. Il mio procedimento di riferire la vita elabora una narrazione che vede la figura dello scrittore messa in secondo piano, un relatore di ghiaccio che sembra non partecipi con emozioni a quello che con tanta forza denuncia. Quello che conta è il messaggio e l’intrinseca immagine in esso. Non è come urli, basta che urli, soprattutto quando si parla di certe cose, c’è solo la cruda irreale - realtà che deve essere enunciata, presto, prima che scompaia, che perda il suo sapere. Mi baso più sull’estetica delle parole, sul  colore lessicale, per descrivere in pieno azioni visive, più che su come rinfronzolire l’apparato sonoro. Il mio album è un quadro, con le sue chiavi d’accesso, con la sua regia, con i suoi utopistici contributi, spesso tecnologici, spesso umani.

Ascoltandoti, sembra che il tuo sguardo verso l’oggi, verso l’attualità, sia da un lato di spavento e dall’altro di curiosità. C’è del vero in questo, o è solo una mia interpretazione?

Io sono più  sbigottito di te, di lui, di lei, e diciamo anche estremamente incazzato, e se potessi divenire un gigante senza scrupoli, divorerei le brutture che stanno mandando al macero il nostro pianeta, che lentamente si stanno mangiucchiando tutto, fieri di tanta minuziosità restano statici, ricoprono tutto per non lasciare nulla, nemmeno un fragile ricordo alle generazioni future. Poi sono anche curioso, perché non tutto quello che accade è un componimento tragico. Bisogna solo capire come viene usato e come si intenderà sfruttarlo.

Il testo di “Coda” è un tributo al grande scrittore J.G. Ballard, che anch’io amo molto. Quanto hanno influito la letteratura e, più nello specifico, un certo tipo di fantascienza, in questo tuo lavoro?

Tanto, tantissimo, credimi. Leggere è davvero il cibo per la nostra psiche, per insegnarci a vivere, a piangere a soffrire, per istruirci su come sentirci simili e non diversi, ritrovarci ed imparare dalle esperienze degl’altri, per non sentirci soli. Leggere è uno stato idilliaco per chi si immerge costantemente ed anche per la prima volta, in questa condizione senza stazioni. È come una droga è la droga. La cultura, la lettura è forse l’unico bene oltre i “denti” che dobbiamo proteggere, gelosamente conservare. Per quanto mi riguarda, sono un estimatore della fantascienza, dello studio dell’assurdo limite, ed in Telefoni Mortimer c’è tanta science fiction: Ballard come molti altri è stato un aiuto gigantesco, mi ha agevolato nel capire come impreziosire ed allo stesso tempo come rendere paradossale il mio incarico. “La mostra delle Atrocità”, libro che consiglio vivamente a tutti, è stato un viaggio che più volte mi ha disperso, o “L’Impero del Sole”, ottimo anche cinematograficamente. Nelle ossessioni di Ballard ho trovato la chiave per leggere ed accettare le mie ossessioni. Chi ascolta il mio album, dovrà capire che io sono un ossessionato da alcune visioni, da alcune descrizioni, da forme animali, medicine, da molteplici momenti più comprensibili  se ascoltati con gli occhi chiusi, senza freni inibitori, in quanto situazioni descritte in maniera insistente ed istintiva, come una disegno scritto a parole, come  Ballard, o come Bacon in arte, come Bosch, come ogni uomo che a mio avviso è un artista nella sua condizione umana.

Le canzoni presentano un connubio tra cantautorato - suggestioni acustiche e una tendenza alla melodia semplice, diretta - ed elettronica, due mondi apparentemente diversi ma che sembrano convivere bene nella tua musica. A quali di queste esperienze musicali ti senti più legato?

Sono cresciuto guardando il mondo come un enorme labirinto di Pollock, infestato da colori e colate di impressioni emozionanti, ascoltando mio padre e le sue interminabili pagine di libri, letti nei pomeriggi umidi, vivendo l’arte pittorica, ma in concomitanza scrivendo i miei racconti già da prima che sapessi come dirigere la penna. Ho ascoltato ed ascolto tutt’ora musica classica, Brahms, Rachmaninov il mio preferito, e tutto il periodo rock e cantautorale che ha sconvolto il pianeta. Ma oggi amo la sperimentazione, la colonna sonora per un racconto futurista, per un’istallazione Dada, sono un ricercatore del suono minimale unito alla corposità del termine, del vocabolo, del verbo. Per cercare di sagomare un sound asettico, estremamente magro, per raccontare la vita industrializzata e paradossale. Senza dubbio  rimango legato a tutta la musica, mai dimenticare le basi, o vecchi calori. Ma oggi preferisco l’elettronica, credo che sia il futuro, come ricerca e come espressione, come materia potente da plasmare e da scomporre e argomentare.

Chi citeresti se ti chiedessi chi sono i tuoi principali ispiratori?

Una domanda non semplice, anche perché non potrei citarli tutti, e poi la realtà è che un’artista vive il momento, tutto e tutti possono ispirarlo. Comunque mi sento partecipe, e molto influenzato musicalmente in  questo mio ultimo lavoro da: Murcof per il sound fantascientifico, da Aphex Twin geniale nelle ambientazioni  elettroniche, da Thom Yorke nelle sue ricerche, dai Moderat e dagli Apparat nella loro frenesia matematica, dagli Analog per la loro onirica visione arrangiata, dagli Inkblot per la loro estrema semplicità, dagli Xiu Xiu nei loro momenti di silenzio che esplodono all’improvviso e da ancora molti altri. Nella scrittura sento di dover molto alla letteratura Italiana e straniera da cui attingo esperienza, alle letture americane di scrittori come Allen Ginsberg, William S. Burroughs, Jack Kerouac, la cosiddetta beat generation, a letture sulla pop art, un periodo che sento particolarmente mio, ma sono anche un assiduo lettore di opere che riguardano l’alchimia, la botanica, l’inquinamento, la storia. E logicamente il cantato nei miei lavori risente di queste letture, una scrittura la mia poco fluida e molto descrittiva, come chi canta le istruzioni per montare uno stereo. Mi sento anche ispirato da Billy Corgan nel suo lavoro solista, da Franco Battiato e da Juri Camisasca, ma anche da Morgan e dai Subsonica.

So che sei anche arista visivo. Come riesci a far convivere le due attività? Ti senti più vicino a tale forma d’arte o alla musica? E in riferimento a ciò, ti domando anche: ha ancora senso legare strettamente un disco alla sua copertina?

Sono l’uno e l’altro, sono entrambi. È importante per il mio stile, che entrambi convivano nella mia attività. Per quanto riguarda la tua domanda se la copertina debba rispecchiare il contenuto ed il senso dell’album, ti rispondo di si. Avendo ingurgitato per anni arte, sono legato alla descrizione ed alla cura dei contenuti in ogni loro manifestazione e struttura. La continuità è simbolo di veridicità, partire dalla copertina per iniziare il discorso è una forma di volontà a cui non posso rinunciare. La confezione ha il suo fascino.

Come ti collocheresti nel panorama musicale italiano di oggi? E che ne pensi?

Se proprio devo collocarmi in un recinto “giustamente”, mi sentirei parte di quegli artisti che lavorano per creare una coscienza attuale, per illudersi di non sentirsi chiusi in una camicia di forza. Lavoro con molti sacrifici, per creare la mia strada, anche perché penso che  il destino del disco come supporto è in fase di estinzione, il futuro è la rete; internet. Come personaggio Italiano, non credo di appartenere ad un filone ben definito. Sento che la strada è ancora stretta, ma soprattutto è una strada da disegnare. MaxPetrolio è un cantautore rivolto ad una ricerca, un umorista fantascientifico che vuole incuriosire, per invogliare le persone ad avere una reazione. È un vero onore sapere che un mio disco deve essere riascoltato più e più volte ed anche criticato, io faccio cosi da una vita con i miei ascolti, e a lungo andare ho smascherato in alcuni dischi che in partenza mi sembravano ostici delle emozioni che prima non avevo afferrato. Non mi piace quando un lavoro mi colpisce con un inganno, e dopo una settimana non ha più nulla da regalarmi.

Quanto c’è in te di Napoli, la tua città? Pensi che come città dovrebbe rilanciarsi sotto il profilo sociale e culturale?

Napoli è una pentola a pressione cosi tanto diversa in tutti I suoi luoghi e cosi tanto bella. Mi dispiace per la situazione che si è verificata negli anni, e per l’immagine che può essere fraintesa dall’esterno. Napoli è la mia città, la mia culla, Napoli è forse l’unico luogo che dopo una guerra potrà risalire e divenire più forte imparando dai suoi errori. Ho scelto con maturità di essere Max Petrolio in Italia che è difficilissimo, ed ho scelto di partire da Napoli che è assurdo. Ma fermamente non voglio rinunciare, voglio continuare a lottare e contribuire ad ispessire la consapevolezza culturale e sociale di questi luoghi. E’ inutile dire che molte cose e molte scelte dovranno essere fatte per riportare allo splendore Napoli e tutto il Meridione.

A cura di: Marco Renzi [marco.renzi@audiodrome.it [1]]

Gruppo: Max Petrolio



Data intervista: giugno 2011

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