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JOE LALLY | 11/6/2011

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Inviato da fabrizio 26 Giu 2011 - 19:07

Villa Serena - Bologna



Un pezzo di storia si palesa davanti ai nostri occhi, immerso in una location decisamente poco adatta al gig. Non tanto per il posto in sé, visto che in passato ha ospitato non pochi act, quanto per il fatto che il suddetto è normalmente frequentato da gente che di sicuro non compra i dischi della Dischord, e non pensa minimamente ai sacrifici che un musicista decide di affrontare per tirare a campare con dignità.
Polemiche a parte, Joe Lally ─ che, ci teniamo a dirlo con chiarezza, in questa occasione ha dimostrato di essere un signore in tutti i sensi ─ imbraccia il suo basso collegato ad un impianto dal wattaggio certamente non inusitato e, coadiuvato dai suoi sparring partner Elisa Abela alla chitarra ed Emanuele Tomasi alla batteria, espone in vetrina i pezzi dell’ultimo album fresco di stampa, Why Should I Get Used To It, terzo comeback di un recente percorso solista che immaginiamo lo accompagnerà ancora per un po’ di tempo. Scrivamo questo perché Joe pare non avere per ora intenzione di provare a rimettere in pista la macchina Fugazi insieme ai suoi vecchi sodali. Ma chissà, le vie della musica sono infinite e spesso la storia ci insegna che a volte si torna volentieri sui propri passi, anche quando si ha la voglia sacrosanta di capitalizzare sul proprio trascorso musicale, anche se ti chiami Fugazi appunto, e vieni visto come esempio di etica ‘do it yourself’ e vendi i tuoi dischi a rigorosi prezzi ‘politici’. Ovvia premessa per sgombrare il campo da qualsivoglia equivoco: Lally ha scelto il mestiere di musicista e lo svolge bene e fino in fondo, con una dignità ed una professionalità davvero encomiabili.


E lo dimostra ampiamente anche questa sera, nonostante una proposta non particolarmente originale a dire la verità, in fondo il suo è un rock lievemente nerboruto dalle striature blues e con pari influenze indie ed hendrixiane, accompagnato da una batteria abbastanza nervosa e da linee di basso complesse e dal sottile umore funk. Come una versione “blue collar” e intimista dei Fugazi, dunque, solo meno nevrotica, a volte anche più dimessa e notturna, ed un tantino più anonima. Ma sempre fiera del suo girovagare tra le trame di un suono che non si stanca mai di esprimere vitalità e gioia di vivere. Apice del concerto, della durata di un’ora circa, è la title-track dell’ultimo lavoro, che ha la melodia migliore, passando per la saltellante “Nothing To Lose”, e ribadendo i limiti di cui parlavamo prima: quando le composizioni cercano di uscire dalla forma canzone la parte strumentale evidenzia tutta la sua incertezza esecutiva, questo nonostante l’impegno profuso proprio da chitarra e batteria; quando invece il pezzo azzecca la melodia, allora le cose migliorano decisamente, pur non essendo certamente epocali.
Valeva la pena però assistere ad un’esibizione che ci ricorda ancora una volta di quanto il passato di un musicista sia importante, soprattutto quando questo si perpetua alle orecchie ed agli occhi di alcuni giovani avventori, che avranno di certo imparato a comprendere meglio il difficile e quasi donchisciottesco mestiere di musicista a tutto tondo.

A cura di: Maurizio Inchingoli [info@audiodrome.it [1]]

Gruppo: Joe Lally



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