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BON JOVI | 17/7/2011

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Inviato da fabrizio 26 Lug 2011 - 20:24

Stadio Friuli - Udine



Gli esseri umani, è ben noto, viaggiano per svariate e infinite ragioni. Ho un amico scrittore che da ogni posto visitato cava un romanzo degno di questo nome, ma alla fine, descrive sempre e solo se stesso, magari a New York, oppure a Cuba, ma sempre se stesso. Il mitico Kerouac ci ha messo due mesi per attraversare gli Stati Uniti in autobus o autostop. “On The Road” ha descritto quei posti, concedendo dignità alla gente che passava il tempo a masticare noccioline e sputare cariossidi sotto il sole torrido del Nevada o alle prostitute di Buffalo che costavano meno di un Motel di infima classe.

Domenica 17 luglio, altra storia di viaggi: decine e decine di ragazzi avevano viaggiato giorno e notte da tutta l'Italia per arrivare a Udine, nel profondo nord del Friuli, e conquistare la prima fila sotto il palco del concerto di Jon Bon Jovi, in tour mondiale solo per una data in Italia. 40.000 “viaggiatori” stretti l'uno accanto all'altro dentro il catino dello stadio friulano, che quel presidente della squadra di football non vorrebbe concedere ad altri se non ai suoi stipendiati pedalatori in mutande. Qualche addetto ai lavori ci spiega che in tutto il mondo si organizzano concerti negli stadi, senza alcun danno al manto erboso. Purtroppo, se è vero il detto che l'erba del giardino altrui è sempre più verde, allora forse è questo il motivo per il quale allo stadio friulano il presidente Pozzo non vuole sentire musica.

Ad ogni modo, ritorniamo ad occuparci di questi viaggiatori moderni, come Elisa e il suo ragazzo Marco, partiti in treno da Agrigento due giorni prima, perché se non hai soldi e viaggi in regionale,  ci metti 48 ore da Agrigento a Udine. Loro non sapevano nulla del prezioso manto erboso, ma non avrebbero perso quel concerto per nulla al mondo. Oppure, abbiamo incontrato una famiglia da Santa Maria di Leuca: padre, madre e due figli di nemmeno quindici anni con la maglietta di Vasco e i jeans bucherellati, forse neanche troppo a caso. Nel 1986 usciva la hit “You Give Love a Bad Name” e i due si innamoravano una sera di quell'estate per non lasciarsi mai, proprio come la rockstar del New Jersey, fedelissimo da diversi lustri alla prima e unica moglie: caso raro se non unico nel mondo della musica! Al “Friuli” c'era anche un gruppo di motociclisti da Vienna, con le Harley tatuate da chilometri macinati in giro per l'Europa ed ettolitri di birra nelle vene. Helmuth, 50 anni a dicembre, sosteneva di conoscere a memoria i testi di quasi tutte le canzoni rock scritte tra gli anni Settanta e Ottanta. Scommettiamo una birra e alla fine pago da bere a tutta la compagnia, mi costa un patrimonio, ma sono contento perché ho conosciuto un personaggio degno tanto di Lascia o Raddoppia quanto di Easy Rider!

Ovviamente, c'erano loro, i Bon Jovi, in viaggio da settimane per il mondo. Mai Jovi e compagni si sarebbero aspettati una quantità industriale di applausi e ovazioni, con le tribune che disegnavano il loro nome e la platea che mischiava un numero infinito di bandierine americane e italiane, in una coreografia spettacolare. Ognuno di quei quarantamila ragazzi avrà il suo viaggio da raccontare e postare e le sue foto dal cellulare e i suoi video da inserire su YouTube con i vari “mitico”, “bellissimo”, “figo” o “me-lo-farei-subito” da ripetere agli amici che ascolteranno, senza capire di che cosa si parla. Come si fa a trasformare in parole quell'energia che una tale moltitudine di gente è capace di generare?


Appunto, “Unbelievable”, ed è proprio lo stesso Jovi a ripeterlo continuamente. Qual è l'alchimia che porta una band di cinquantenni - lontana parente di quel gruppo di capelluti ed atletici americani della East Coast che a metà degli anni Ottanta rivaleggiavano per bellezza e temperamento con gli svedesi Europe -  a radunare così tanta gente capace di mandare a memoria gran parte del loro repertorio? Questo è il grande mistero che lega il mondo delle superstar del rock alla gente comune, che vive di uno stipendio medio e di pochissime emozioni. Ovviamente, il tempo è passato da quando li abbiamo visti la prima volta (1988 a Milano?), i capelli sono più corti e bianchi, i vestiti meno eclatanti e variopinti e la voce di Bon Jovi fatica parecchio (anche se meno che in altre occasioni), ma una regia a dir poco superlativa e una carica di vitalità che è marchio di fabbrica di questi quattro ragazzi producono un concerto a dir poco sopraffino. 

Per fortuna, direbbe il Magnager Production della Barley Arts, il mitico Claudio Trotta, capace di portare calibri quali Springsteen, Deep Purple e tanti altri in posti dove di solito le zebrette dell'Udin vincono contro il Cesena per 1 a 0 con gol di Benatia al 93esimo! Infatti, l'uscita dell'antologia su doppio cd (Greatest Hits – The Ultimate Collection), aveva scatenato non poche proteste e malumori tra la base dei fan, insoddisfatti dalla riproposizione di gran parte del materiale già ascoltato nella prima raccolta Cross Road (1994) e l'esclusione di qualsiasi brano dall'album Bounce (2002), oltre al singolo “Dry Country” (suonato a Udine...). Invece, il concerto è Sold Out da diverse settimane. La scaletta dello show, durato quasi tre ore, ripropone arricchendolo di molto il Greatest Hits, per la gioia del fan club, che aggiunge spettacolo a spettacolo grazie a una minuziosa coreografia fatta di bandiere stelle e strisce e tricolore mai vista prima in Italia.
Bon Jovi è visibilmente e ripetutamente commosso e non manca di bissare I Love This Town, come gli capita di fare in rarissime eccezioni: Wembley, ad esempio, e lo stadio del presidente Pozzo!
Lunghissimi gli encore magistralmente eseguiti da Jovi alla voce e chitarra ritmica, Richie Sambora alla chitarra solista, Bobby Bandiera alla chitarra ritmica, David Bryan alle tastiere e Tico Torres alla batteria. Esaltanti i duetti con Bandiera o quelli ricorrenti con Sambora, i cui problemi personali - che quasi lo avevano messo fuori gruppo - non hanno minimamente influito su una performance di altissimo livello, sotto l'acqua che ingentiliva il bellissimo sorriso di Bon Jovi. Ci limitiamo a citare solo il trittico “Bad Medicine”/“Pretty Woman”/“Shout”, della durata di circa dieci infiniti minuti (di solito non supera i sette!), da far invidia al miglior Springsteen, rimandando al breve videoclip realizzato nel corso della serata o alla moltitudine di video amatoriali postati su YouTube. La miglior medicina per chi ancora ha da dire contro i megaconcerti negli stadi è questa marea di entusiasmo coinvolgente ma pacifico che dista anni luce dal “pozzo” lugubre e nauseabondo in cui lo sport nazionale si è ficcato, dear Mister President!
    
Setlist

Raise Your Hands
You Give Love a Bad Name
Blood on Blood
We Weren’t Born to Follow
The Radio Saved My Life Tonight
It’s My Life
Captain Crash & the Beauty Queen From Mars
We Got It Goin’ On, Bad Medicine / Pretty Woman / Shout
Spanish Harlem
Bed of Roses
I’ll Be There For You
Who Says You Can’t Go Home
I’ll Sleep When I’m Dead
Love’s the Only Rule
Have a Nice Day
Keep the Faith, Dry County
Wanted Dead or Alive
In These Arms, Just Older,
These Days, Livin’ on a Prayer
Lie to Me, Always
I Love This Town 

A cura di: Jimmy Milanese [jimmy.milanese@fucinemute.it [1]]

Gruppo: Bon Jovi



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