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LABIRINTO DI SPECCHI | Filippo Menconi

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Inviato da fabrizio 15 Ago 2011 - 16:07

Una nuova giovane realtà italiana che si affaccia sull’universo del rock sperimentale, recuperando attraverso una collaborazione sorprendente anche il lato oscuro della tradizione prog nostrana.
Una chiacchierata con Filippo Menconi è l’occasione per entrare nel mondo del Labirinto di Specchi, un mondo pieno di sorprese.




Cominciamo con le presentazioni. Racconta ai lettori di Audiodrome la storia del Labirinto Di Specchi: chi siete e come vi siete formati?

Filippo Menconi (basso): Labirinto Di Specchi è un progetto nato nel 2005. La prima formazione del gruppo prevedeva due batterie, due bassi, due piani/synth, due chitarre e due voci (il tutto alla ricerca di un'impostazione quasi orchestrale, che però con il tempo è stata abbandonata anche per motivi prettamente pratici). Sin dall'inizio il gruppo si è concentrato sulla ricerca di nuove sonorità, con prerogativa fondamentale di tutto l'interartisticità, ossia la coniugazione di varie forme artistiche quali musica, poesia, filosofia ed arti figurative. Del 2007 è il demo “La Maschera Della Visione”. Seppur caratterizzato da uno stampo ancora prettamente progressive-rock, è proprio in questo lavoro che abbiamo iniziato a sviluppare le atmosfere e gli ambienti su cui abbiamo poi deciso di insistere. 
Nel 2009 è invece iniziata la registrazione di Hanblecheya per la Lizard Records, uscito a fine 2010. Nel concept album in cui il tema è quello della Visione (“hanblecheya” letteralmente significa piangere la visione) sono stati rielaborati alcuni brani del precedente demo e ne sono stati inseriti di nuovi, dando tuttavia molta più attenzione ed importanza alle atmosfere. Labirinto Di Specchi adesso sono: Raffaele e Luca Crezzini, Gabriele Marroni, Andrea Valerio e Filippo Menconi.

Hanblecheya è il vostro esordio discografico e, a mio avviso, avete centrato subito il bersaglio. Com’è stata la sua gestazione? Quando l’avete proposto alla Lizard Records era già un prodotto fatto e finito o si trattava solo di un promo e la rifinitura è arrivata successivamente?

Il primo interesse mostrato dalla Lizard Records è stato rivolto al nostro demo “La Maschera Della Visione”, che inviammo loro casualmente nel 2007, in cui comparivano solo alcuni dei brani che sarebbero poi confluiti in Hanblecheya. Circa un anno dopo la sua uscita, la Lizard ci ricontattò chiedendo informazioni sull'evoluzione del progetto e parlammo loro di alcuni nuovi brani, a nostro parere più maturi, che avevamo composto. Su loro richiesta, registrammo quindi un live in cui già era presente il fulcro di Hanblecheya e lo inviammo loro. Proprio da questo live è nata ufficialmente la nostra collaborazione con la Lizard Records, che ci avanzò la proposta di realizzare un disco ufficiale. I brani di Hanblecheya sono quindi venuti fuori lentamente nel corso degli anni. A quattro già presenti nel demo “La Maschera Della Visione” (ma opportunamente modificati) ne sono stati affiancati tre nuovi, in cui abbiamo riversato tutto quello che musicalmente avevamo appreso ed assimilato fino ad allora. A causa dei nostri impegni e di una serie di sfortunati imprevisti, sebbene le registrazioni fossero iniziate nel febbraio 2009, abbiamo avuto il disco nelle nostre mani solo per la fine del dicembre 2010. Dire quindi che la gestazione è stata sofferta non rende l'idea.

A interpretare le liriche di Hanblecheya c’è quel Paolo Carelli che è stato il vocalist di uno dei più interessanti e sottovalutati gruppi del prog italiano degli anni ’70, ovvero i Pholas Dactylus. Come è nata l’idea di questa collaborazione?

Hanblecheya è nato come un progetto strumentale intermezzato dalla lettura di poesie che accompagnassero l'ascoltatore nel viaggio visionario che volevamo evocare. E tutto questo era già presente nel live che inviammo alla Lizard, sebbene ad interpretare i testi non fosse Paolo ma uno di noi. Necessitando quindi di tale figura per il perfezionamento e completamento del concept, Loris Furlan della Lizard Records avanzò la remota possibilità che proprio lui con la sua voce potesse dare il suo contributo. Dopo mesi di telefonate e mail e dopo un paio di incontri, Paolo incise quindi le sue parti e noi crediamo che la sua voce si insinui davvero perfettamente nell'atmosfera che abbiamo voluto creare con quest'album.

Siete una band essenzialmente strumentale, ma con l’intervento di Carelli avete inserito dei testi recitati dal grande impatto. Cosa avete in mente per il futuro, continuare su questa strada o provare qualcosa di diverso?

Non è per l’intervento di Carelli che abbiamo deciso di inserire i testi in Hanbecheya. Questi (ad eccezione del testo del brano “Nel Nulla Etereo...” scritto da Paolo) già esistevano prima ed avevano la stessa rilevanza nelle canzoni. È una strada che avevamo intrapreso già prima di arrivare al pensiero concreto di fare un disco con materiale nostro, data la nostra passione per la letteratura e l'interartisticità. Per il futuro è ancora tutto da decidere. Ci stiamo spingendo verso una fusione con le arti plastiche e audiovisive, ma non è da scartare l’idea di altre parti recitate se non addirittura cantate. Non vogliamo precluderci nessuna strada, vogliamo avere la totale libertà di espressione riguardo ai mezzi che utilizziamo. La matrice musicale dei Labirinto Di Specchi rimarrà sempre quella che caratterizza Hanblecheya, ma è fuori dubbio che la deriva post, minimal e noise-rock sia ormai un elemento a cui noi tutti ci ispiriamo. Insomma, la sperimentazione è l'unica nostra certezza.

Com’è nata l’idea di associare la vostra musica a dei testi dedicati alla cultura dei nativi americani?

È risaputo come la Visione, relazionata con il divino, con il metafisico e con una sapienza maggiore, abbia sempre condizionato usi e costumi delle civiltà antiche, quelle più tradizionali e più legate alla Terra ed ai suoi misteri. L’Hanblecheya è un rituale, un'esperienza formativa propria della cultura degli Indiani Sioux. Ma in questo caso il titolo e la relazione con i nativi americani sono una scusa (se così può essere definita), sebbene tra questi elementi vi sia un forte legame. I nativi americani sono la coperta narrativa per poter trattare quello che è il reale argomento del disco, cioè la Visione intesa non come codarda evasione dalla realtà bensì come presa di coscienza, come crescita spirituale assolutamente necessaria per un cambiamento della società.
(Noi appoggiamo totalmente l’idea di Tiziano Terzani: non ci può essere rivoluzione senza un cambio nel pensiero. Ma ancora l’umanità non ha ancora la preparazione culturale per un cambio radicale).

Trovo che uno dei maggiori punti di forza del disco siano le ritmiche ipnotiche e trascinanti che riuscite a sviluppare. Come nasce un brano del Labirinto di Specchi?

La filosofia che ha sempre condizionato il gruppo è quella di comporre brani nella più totale libertà, senza sottostare a particolari vincoli né canoni. L’improvvisazione è fondamentale per noi e lo è nella stessa composizione. Normalmente l’idea base del brano nasce dai singoli componenti (soprattutto Gabriele, il nostro chitarrista) come piccolo flash mentale portato alle prove. L’idea prende più o meno velocemente forma grazie a sessioni d’improvvisazione alternate a lunghe chiacchierate e a improvvise fuoriuscite di idee (verbali e non). E così, poco a poco si va concretizzando il tutto.
Riguardo alle ritmiche ipnotiche e trascinanti cui hai accennato, anche noi crediamo che siano il maggiore punto di forza del disco. Pensa che è proprio l'aspetto che maggiormente abbiamo coltivato e curato ma che maggiormente ci è stato criticato (della serie: “ehi ma quanto dura 'sto pezzo?” oppure “ma 'sto pezzo è tutto così?”). De gustibus.

“Nel Nulla Etereo...” è un pezzo particolarmente sperimentale e quindi, in un certo senso, anche rischioso da proporre per un gruppo agli esordi. Cosa puoi raccontarci in merito?

"Nel Nulla Etereo…" è l'incarnazione dello spirito dell'album. Le atmosfere che riesce ad evocare, sia tramite la musica sia tramite le parole, vogliono poter calare l'ascoltatore in una sorta di stato ipnotico, in cui possa incamminarsi verso la ricerca del Visione, nell'accezione sopra indicata. E il testo che Paolo ha realizzato per questo brano è qualcosa di incredibilmente sacrale ed evocativo. È stato il nostro primo approccio ad un genere meno convenzionale e possiamo considerarlo come il punto di partenza per un’altra ricerca musicale che ci sta interessando particolarmente. È nato interamente da un'improvvisazione in un esilarante giorno di prove, così come è stato interamente improvvisato durante la sua registrazione, così come viene sempre interamente improvvisato durante i nostri concerti. In questo pezzo sfruttiamo modi di suonare gli strumenti che non sono quelli convenzionali e assembliamo i suoni che ne escono per costruire il tutto. Ma sappiamo e crediamo che non sia nulla di sorprendentemente sperimentale.

È risaputo che è molto più semplice suonare dal vivo per le cover band piuttosto che per chi fa musica propria. Com’è la vostra situazione in tal senso?

Riteniamo che l’attività live sia il fulcro del nostro progetto. Il live è la performance attuabile in un tempo reale dove ogni nota ed ogni suono è unico e fatale, dove possiamo dare libero spazio all’improvvisazione (per noi fondamentale). Ogni concerto deve essere un'esperienza artistico-sensoriale sotto tutti i punti di vista. Cerchiamo di allontanarci dalla concezione convenzionale di concerto rock, dove il musicista si limita a suonare. Quando possibile supportiamo la nostra musica con proiezioni video e installazioni artistiche (plastiche o audiovisive), con un approccio totale alla creazione. Tentiamo di evocare reazioni sensoriali più intense creando ambienti ed intervenendo sullo spazio, configurando così il concerto come un'esperienza effimera ed irriproducibile, ma che è unico e vero atto di comunicazione. Proprio per questo i frequenti commenti: “che strani ‘sti tipi! Ma che roba è?”.
Purtroppo per un gruppo come il nostro le nostre zone non offrono quasi alcuna possibilità. Di conseguenza la nostra attività live attuale è davvero limitata.

Qual’è stato l’ultimo concerto al quale hai assistito da spettatore?

Alcuni degli ultimi cui abbiamo assistito: Bud Spencer Blues Explosion, Canzoniere Grecanico Salentino, Bologna Violenta.

E, per finire, dimmi i cinque dischi che ti porteresti su un’isola deserta.

Vinicio Capossela - Ovunque Proteggi
Tool – Lateralus
Mogwai – The Hawk Is Howling
Radiohead – Amnesiac
Sigur Ròs – Takk...

A cura di: Alessandro Martellani [alessandro.martellani@audiodrome.it [1]]

Gruppo: Labirinto Di Specchi
Intervistato: Filippo Menconi 



Data intervista: agosto 2011

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