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EMA

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Inviato da fabrizio 03 Set 2011 - 22:20

Sul valore e sul talento di Erika M. Anderson si avevano pochi dubbi, già da quando la coppia (anche nella vita, almeno fino a qualche tempo fa) formata con Ezra Buchla aveva dato vita (dopo lo split dei Mae Shi) effimera, meravigliosa e fugace ai Gowns. Red State è un ancora un gran disco e il dispiacere per la dissoluzione del gruppo è lenito quest'anno dal “debutto” in solo di EMA. Past Lifes Martyred Saints gioca con le idee di folk che passano per una testa innamorata dei feedback, distrugge e ricostruisce le anime di chi ascolta e certifica definitivamente la caratura di un'artista che ha ancora molto da dare ad un Mondo che ha terribilmente bisogno di musica come la sua, di cuori come il suo, di capacità artistiche come la sua. Di seguito l'intervista.




Partiamo dalla fine. Com’è nato e si è evoluto Past Life Martyred  Saints, tra composizione, registrazione ed editing?

Erika M. Anderson: Questo disco è per davvero quello che si dice una “collezione” di canzoni che sono state registrate nel corso degli anni. Alcune sono sul serio vecchie, come “Marked And Butterfly Knife”. Sono state registrare su un Mbox in un appartamento di Los Angeles qualcosa come circa sei anni fa, quando ancora stavo iniziando a imparare ProTools. Non avevo nessun senso preciso di ciò che stavo facendo, ma sono stata davvero coriacea e ben disposta a trascorrere ore suonando e risuonando per ottenere le sonorità che volevo. Anche se ammetto di aver commesso tanti errori, si è palesato quasi un istinto che mi diceva che se fossi tornata indietro per replicare quella spontaneità non ci sarei mai riuscita. Potrei non riuscire più a comporre e suonare pezzi come quelli lì. E così alcune di queste canzoni sono finite in archivio e altre utilizzate per i Gowns. A un certo punto i Gowns sono “implosi” e stavo lavorando a nuovi pezzi in uno studio di un amico a West Oakland. La fine dei Gowns ha solo accelerato il processo che mi ha portato a finire tutto da sola. Non mi sono sentita male, ho provato un grande senso di libertà e ho pensato che fosse il caso di iniziare a vivere una vita “normale”. Quando sono iniziati i contatti con la Souterrain, poi, ho deciso di concludere tutto per bene, io e Leif Shackelford (era in giro per lo studio… ha finito per suonare le parti elettroniche) impegnati a completare tutto, aggiungere ulteriori registrazioni e finire il disco.

Quindi tutto ciò ha contribuito alla decisione di continuare “da sola” dopo la  conclusione della storia musicale dei Gowns...

Come dicevo prima, in realtà non era ancora accaduto del tutto. Ma a quel punto volevo soltanto tornarmene nel Midwest. Ero nauseata dal sentirmi a pezzi e vivere in quartieri terribili con “vicini” terribili. Avvertivo di stare concedendo troppo di me per l'arte, qualcosa di irresponsabile: è davvero difficile scendere a compromessi con una “vita d'artista”, perché è una stronzata. Allo stesso tempo però non riuscivo e non riesco a vedermi con un “capo” e un lavoro normale. Era necessario riprendere le forze.

Ma al di là della tua relazione con Ezra, esclusivamente da un punto di vista artistico e legato al tuo disco, come mai l'utilizzo di pezzi già editi a nome Gowns?

Molte di quelle canzoni significano davvero tanto per me e non ho voluto archiviarle a prendere polvere sugli scaffali. In questo caso Ezra è stato gentile e mi ha anche incoraggiato al proposito. Mi ha scritto dopo la “rottura” e mi ha esortato a finire e pubblicare quelle canzoni. Ammetto poi che dentro me e a un livello “basilare” sentivo che quei pezzi erano miei e sarebbe stata una vergogna non poterle condividere con il Mondo.

E la sua presenza “musicale” in molte parti del disco?

Buona domanda e buona opportunità per chiarire alcune cose. Molta gente ha pensato che molti testi riguardassero i trascorsi con i Gowns e le fasi del declino della mia storia con la band e con lui. Non è questo il caso, dato che, ci si creda o meno, ci sono stati numerosi ragazzi nella mia vita. A volte quel lui cambia anche all'interno di una canzone stessa, come ad esempio in “Marked": una raccolta di molti lui passati. Per quanto riguarda il disco, confermo quanto di buono abbia fatto Leif per far sì che suonasse al meglio. Per me è difficile lavorare con i produttori, perché ho sempre un'idea specifica di come voglio che il tutto suoni. Ho opinioni forti che possono calpestare gli ego di chi le approccia fin quando tutti iniziano a fidarsi di me. Ma Leif è un grande e impariamo molto reciprocamente.

I tuoi pezzi preferiti del disco?

Amo molto “Red Star”. È la prima canzone che ho registrato “live” con tutti i musicisti impegnati a suonare contemporaneamente e ora comprendo davvero perché la gente ama farlo. È dotata di un'energia tutta sua. “California” è tipo un fottuto esorcismo da utilizzare in ogni momento. “Marked” è una canzone che amo ancora suonare, nonostante abbia parecchi anni sulle spalle. Se dovessi tornare sul disco mi piacerebbe ri-registrare “Anteroom”. L'ho eseguita in un caravan a rimorchio a Portland (Oregon) su un quattro-tracce preso in prestito. Amo buona parte di essa ma la sezione ritmica sul finire è qualcosa che mi suona non riuscito. E, al di là di tutto, in effetti ri-registrerei l'intero disco rendendo tutto più veloce.

Perché la cover di “Kind-Hearted Woman” (come mai poi chiamata solo “Kind  Heart”?) non è stata inserita nella tracklist ufficiale? È strepitosa e, in un certo senso, almeno per me, è anche molto esemplificativa della cifra stilistica del disco stesso.

“Kind Heart” proviene direttamente da un concept album differente: Some Dark Holler, su cui ho lavorato prima di questo. Tutto riguarda la decostruzione della musica folk americana. Se la maggior parte della musica odierna viene realizzata con l'ausilio di un computer, ciò come influisce e sortisce effetti riguardo la definizione di “folk”? L'intero album riguarda questo, è tipo un disco di nuova musica classica più che qualcosa di pop. Desidererei tanto riuscire a pubblicarlo tutto un giorno. Comunque sono contenta che ti piaccia “Kind Heart”, per me rappresenta l'intera storia del rock'n roll americano. È stata registrata da Robert Johnson negli anni ‘30 e poi riproposta molte volte negli anni ‘70 da musicisti bianchi. Il mio obiettivo è stato prenderla, processare la transizione tra acustiche e chitarre elettriche e tracciare un collegamento diretto con i feedback, il suono delle corde completamente bypassato per conservare quello derivato dai pickup e dagli amplificatori e da qualsiasi altro effetto dovuto agli echi della stanza in cui l'ho registrata. Forse ce ne sarà un'altra versione fra quarant'anni e sarà completamente elettronica. Per me rappresenta comunque una sorta di tesi, in molti aspetti. Tocca molti dei “temi” a cui sono interessata: “genere”, tecnologia, razza, sessualità, storia, strutturazione. L'ho chiamata solo “Kind Heart”, perché durante la canzone narratore, sessualità del soggetto e oggetto della narrazione sfumano in un tutt’uno e ho cercato di passare da una prospettiva all'altra mentre la eseguivo. Nella prima versione che ho ascoltato il climax della canzone arriva al punto in cui dice Oh Baby, our lives are filled with pain/You know it really hurts me baby when you call out Mr. So and So's name. Mi sono sempre identificata e in empatia con quelle frasi e ancora sento il desiderio di fotterne il senso più volte, cambiandone la sessualità, passando da un protagonista ad un altro.


Dato che ne hai parlato, Some Dark Holler sarà mai pubblicato e in cosa consiste?

Desidererei tanto che venisse pubblicato. Idealmente mi piacerebbe renderlo un lp digitale, un pacchetto multimediale che includa fotografie, racconti, musica e una versione consultabile della mia idealizzazione grafica di “Kind Heart”. Ciò che di standardizzato gli si avvicina di più è un lp di iTunes, ma ho verificato che il costo non è propriamente basso. Quanti dubbi! Per questo sta diventando qualcosa del tipo che vorrei sbattere la testa contro il muro. La difficoltà principale è che è qualcosa del tutto al di fuori delle logiche mainstream. E quando dico mainstream intendo anche le logiche del noise mainstream. Un disco che ha troppe parti cantante per essere noise e troppi feedback per essere folk. Ho provato a proporlo, ma è stato fondamentalmente rigettato da quasi tutti, così ho pensato di relazionarlo a qualcosa di più “pop”. In realtà quel disco mi ha quasi distrutta.

A questo punto allora, riavvolgiamo il nastro. Le tue radici musicali? E come nasce la “musicista” EMA, al di là di Erika?

Penso che EMA sia sempre esistita. Ho riascoltato alcune cose della mia band punk scolastica e non potuto che ridere di come siano simili a ciò che faccio ora. Non ho mai avuto il problema di trovare una mia voce, ho solo avuto problemi ad essere abbastanza coraggiosa da perseguirne gli obiettivi.

Beh però sei stata sempre molto “attiva”. Ti va ad esempio di raccontarci degli Amps For Christ (gruppo in cui Erika ha militato senza che però la cosa fosse mai sancita ufficialmente, ndr)? Come si sono evoluti e come è finito il tutto? Cos’hanno lasciato dentro di te? Che dischi, o canzoni, o “momenti musicali”, come un accordo, un fraseggio, un inciso, una strofa, preferisci di ciò che è stato?

In questi giorni Circuits (1999) è il “loro” disco che preferisco. È una stupefacente e unica firma sonora, è il loro linguaggio. Mi ha definitivamente ispirato a crearne uno mio, un mio mondo sonoro. Mi sento onorata e grata per essere riuscita a suonare con loro. Mi sono unita ad Henry (Barnes) e Tara (Tikkitavi) quando suonavano già insieme da un bel po'. Sfortunatamente l'avventura è finita quando ho gettato 500 $ nella spazzatura dopo aver suonato con gli Animal Collective. Diciamo che è stato un momento molto punk. Determinate tensioni si sono acuite e le nostre strade si sono divise, anche se Henry li sta ancora tenendo in piedi e penso che Tara abbia in cantiere numerosi nuovi progetti, inclusa una deliziosa band chiamata Auto Da Fe (www.myspace.com/autodf [1]) su cui scommetterei senza remore se si sono amati certi aspetti degli Amps For Christ.


Parlando di suoni e ispirazioni sonore, è noto (e ormai confermato) quanto tu adori i “feedback”. Come mai? E siamo venuti a conoscenza anche di un altro disco/progetto che non hai mai propriamente pubblicato né è destinato ad una pubblicazione definitiva: Little Sketches On Tape. Ti va di parlarne?

Generare feedback è meraviglioso. E per persone come me, non proprio classicamente formate dal punto di vista tecnico, penso sia il modo migliore per ottenere il suono di una sinfonia usando solo una chitarra. Io non so scrivere realmente musica, così, ad esempio, non posso comporre per un quartetto d'archi. Ma posso editare insieme il mio complesso di pezzettini di musica usando i feedback e plug-in. È così figo: è come strappare un suono all'aria e allo stesso tempo rifinirla. Little Sketches On Tape è un altro tipo di lavoro concettuale legata all'idea di registrazione come strumento mediale. Ogni cosa è completamente improvvisata e penso che questo aspetto si possa cogliere bene, così come si sente che è speciale per me. L'improvvisazione strumentale è così praticata e “accettata”, ma improvvisare anche i testi e le melodie mi ha sempre terrorizzato. Non è qualcosa che viene fatto così spesso, ma allo stesso tempo, quando sento che mi riesce, l'adoro da matti. Penso che la magia dell'improvvisazione possa essere ancora più folle quando ci infili una voce e dei testi dentro. Come molti miei progetti però, trova la sua concettualità nel complementare e contrastare allo stesso tempo con una aspetto estremamente personale e vulnerabile. Il tutto è realizzato sul fronte analogico, su come suona tale approccio e cosa succede quando di botto si rallenta ogni cosa o ci si ferma del tutto, su cosa simboleggia: spontaneità, demo, autenticità, amatorialità. E il tutto diventa più personale quando canto senza freni nel microfono senza censurare nulla.

Hai dichiarato che il disco si chiama così in onore di un tuo amico che per un bel pezzo è stato convinto di essere la reincarnazione di un qualche santo cattolico. È vero? E come mai “Saints” al plurale? Sembra quasi un modo riferirsi a tutta la gente che hai lasciato nei luoghi in cui sei nata.

Sì. È per tutti i freaks che ho incontrato e lasciato. Il mio personale Arcano Maggiore e fonte d'ispirazione.

Hai anche partecipato al recente disco di cover dei Nirvana patrocinato da Spin. Come mai hai scelto “Endless Nameless”?

Ad essere onesti non erano rimaste tante “hit” da scegliere. Ma in qualche modo è stato perfetto che “Endless Nameless” fosse ancora fuori dai giochi, dato che è la sola canzone dei Nirvana a cui avrei messo mano, perché ne sono innamorata. Si è trattato di un altro lavoro concettuale, virando il pezzo ancora più su coordinate noise e improv: suonare, suonare e suonare e distruggere. Fottute emozioni istintive e raw. La sola idea era approcciare tutto in maniera completamente punk, ubriacandosi e registrandola in una sola take in uno scantinato del Nord Ovest americano. Distruggendo una chitarra. Nessuna altra particolare regola da seguire.

I classici progetti futuri?

Tornare in Italia è uno dei propositi ben in alto sulla mia lista. È un posto così tosto e ricolmo di storia. Ero in Italia quando a vent'anni ho avuto una profonda crisi esistenziale. Così tanta religione intrecciata all'arte! Non riuscivo proprio a capacitarmi delle cose e a comprenderle davvero sino in fondo.

A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it [2]]

Gruppo: EMA
Intervistato: Erika M. Anderson 



Data intervista: settembre 2011

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