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E. Piermattei [Hum Of Gnats, Poisucevamachenille]

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Inviato da fabrizio 06 Ott 2011 - 14:26

Il musicista pescarese è fonte inesauribile di materiali sonori, non c’è dubbio. Sensazione confermata da ogni sua produzione: la sua musica si nutre con voracità di scarti, citazioni e umori che si auto-rigenerano e creano un percorso accidentato e volutamente strambo che spiazza e affascina allo stesso tempo. Nel corso dell’intervista vi imbatterete perciò in provocazioni “assurdiste” e dotte citazioni, ma soprattutto nel mondo (im)probabile e strampalato di Ezio, uno che ascolta senza problemi i Lunapop e l’avant più eccentrico che c’è in giro. Ma a noi i “folli” piacciono parecchio, specie se hanno il coraggio di pubblicare dischi complessi come l’ultimo a nome Hum Of Gnats. Prendete poi anche nota dei suoi consigli musicali e buon divertimento.




Partiamo subito dal cambio di moniker: perché Hum Of Gnats?

Ezio Piermattei: Olivier Messiaen era notoriamente ossessionato dal canto degli uccelli e La Monte Young trascorreva le notti insonni ad ascoltare estasiato lo zillare delle cavallette giganti dell'Idaho. Io, come avrete già capito, mi ispiro solamente al ronzare del cùlice, al charivari, ai Dinosaur with Horns, a Conlon Nancarrow e Richard Maxfield tutt’al più. Il moto perpetuo di questo complesso canto enarmonico è  paragonabile per inflessione ai modi gregoriani. Burle a parte, soffro di tinnito: ho sempre questa fastidiosa sensazione nelle orecchie, molto simile a un ronzio, che tende ad accentuarsi quando ascolto o devo registrare in cuffia.

L’artwork di Barbara Gileno è secondo me molto interessante. Mi ricorda in particolare le cover dei dischi dei Master Musicians Of Bukkake e dei Secret Chiefs 3.  Da quali idee e presupposti estetici è nato il tutto?

Barbara ha preso spunto dall’esoterismo spiritoso di Prudaglia e dai lavori di Jan Anderzén, in particolar modo dagli artwork dei suoi dischi a nome Tomutonttu (progetto sperimentale dalla Finlandia, ndr). Potrebbe anche ricordare le copertine che dici, in effetti, o certe cose di Agnes Montgomery.

Concetti conosciuti come “free rock”, “plunderphonia”, e tecniche di “cut and paste” li avverto nel tuo lavoro. Sto vaneggiando? O in un pezzo come “Hat, Infundibuliform Hat” sembra di scorgere l’anima folle dei Thinking Fellers Union Local 282 che flirta col free jazz, vero?

Sì, ci può stare. Credo si possa parlare soprattutto di cut and paste e sound collage: il mio lavoro consiste principalmente nel giustapporre in maniera stratificata molteplici sorgenti, l’una indipendente dall’altra. Mi spiego meglio: di solito parto da un bordone, da un ostinato, o da un loop che funge da “basso”, su cui imbastisco field recordings, percussioni trovate, rumori manipolati, voce, arrangiamenti acustici ed elettronici ─ talvolta totalmente improvvisati ed atonali, altrove e con minor frequenza, subordinati alla tonica ─ a seconda dell’evenienza. Procedo in tal senso e sto a vedere cosa accade, finché la somma delle parti inizia a prendere forma. A questo punto  riascolto attentamente e scorporo quello che non mi convince. Può capitare, ad esempio, che alcuni elementi cozzino tra loro, ingolfino il mix o che la combinazione di arrangiamenti si concretizzi in brevi motivetti che funzionano meglio senza lo “scheletro” su cui poggiano o viceversa. Infine assemblo e riordino i vari segmenti nella sequenza che mi è più congeniale, mediante l'utilizzo di dissolvenze e sovrapposizioni. Trovo particolarmente divertente ascoltare due o più distinte fonti sonore che si accavallano senza seguire un criterio preciso. Credo di aver sviluppato questa passione smodata per il “fuori fase” da bambino, quando, a causa del lavoro di mia madre, rimanevo a casa da solo tutta la notte ad ascoltare la radio e, per scoraggiare eventuali visite da parte dei ladri, lasciavo il televisore acceso nella stanza accanto ad un  volume spropositato. Maurizia Paradiso intanto decantava le proprietà rigeneranti della crema Mandingo sul riff aggressivo di “Vasco” (quella che fa “No Vasco, no Vasco, io non ci casco!”) di Jovanotti: la scoperta del glam rock. Ascolto parecchio free jazz e i TFUL282 hanno inciso dei grandissimi dischi. Mi fa davvero piacere che voi abbiate ravvisato queste similitudini.

Tornando un po’ indietro, ti va di parlarci anche di Poisucevamachenille dello scorso anno? E a questo punto, della tua “storia” musicale? Quando Ezio capisce che la sua vita è la musica, e che deve inseguire l’originalità, e una sorta di massimalismo musicale omnicomprensivo per  essere felice? 

Poisucevamachenille nasceva più o meno dagli stessi presupposti, dall'intenzione, ossia, di accostare ─ in maniera più casuale che pianificata in quel caso ─ materiali per natura molto diversi tra loro, di cagionare una sorta di conglomerato amorfo, di “drusa musicale” (la drusa è una formazione irregolare di cristalli, ndr). Riascoltandolo adesso, mi sembra un po’ spartano e disarticolato, però. Avevo le idee molto meno chiare, e soprattutto ero sprovvisto di mezzi tecnici adeguati. Da quando possiedo un sampler non devo più catturare i suoni direttamente dallo stereo, puntando un microfono verso i diffusori. Come dicevo poco fa, la musica ha cominciato ad interessarmi da piccolino e, più precisamente, quando vidi per la prima volta Prince ancheggiare in televisione. Prendevo già lezioni di organo elettrico ─ un Farfisa regalatomi da mio padre per il mio secondo compleanno ─ da qualche tempo, ma senza troppa convinzione. Questo interesse si è rafforzato durante l’adolescenza ─ dopo una breve parentesi dance in cui ho provato anche a fare il dj, confidando più che altro sull’ascendente, verificatosi poi nullo, che tale ruolo avrebbe potuto conferirmi sull’altro sesso ─ grazie al mio amico Emiliano, più grande di me di cinque anni. Lui mi persuase, non senza qualche riserva iniziale da parte mia ─ che d’altronde associavo la parola rock ai Motley Crue ─ ad ascoltare i suoi dischi di Royal Trux, Boredoms, Sun City Girls e Mercury Rev. Originalità inseguita a tutti i costi? No, non è così: rinuncio volentieri a questa gloria! Diciamo semmai che non reputo fondamentale fornire un’esposizione piana ed unitaria delle mie influenze, né raggiungere una coerenza interna tra le varie parti fondata su una discorsività logica. Non punto nemmeno alla comunicatività, componente che mi interessa relativamente nell’arte in genere. Mi sembra quindi più appropriato parlare di approccio eterogeneo o di «omaggio talvolta sottilmente “onanistico” alla musica tutta»; ciononostante credo di muovermi in fin dei conti in un territorio ben circoscritto e facilmente rintracciabile.

Il tuo provenire da una realtà musicale abbastanza appartata come quella pescarese ti ha creato problemi o ti ha avvantaggiato? Conosci qualche nome della scena “locale” che secondo te merita di essere menzionato?

Non ho mai riflettuto su questo aspetto, non saprei rispondervi così su due piedi. La situazione qui non è delle migliori, anche se fortunatamente ci sono delle cose interessanti che non godono però di grande visibilità. Italo Diodato, ad esempio, propone del folk apocalittico alla Sol Invictus niente male. Altrettanto godibili sono le composizioni minimaliste di Stefano D’Emilio o gli esperimenti elettronici di Tony Lioci e di Maurizio Trivilini. Tutta gente del giro Outline Records di Pescara, che pubblica, sotto vari pseudonimi, esclusivamente cd-r in tirature limitatissime. Degni di nota  anche i Dark Refrigierio,  gruppo “hypnagogic” attualmente alle prese con la registrazione del primo disco. Ma il mio preferito è senza dubbio il misterioso MARX PEZZALI, pugliese di nascita ma abruzzese di adozione, autore di un allucinatissimo weird pop. Per quanto riguarda le realtà già consolidate ─ anche all'estero ─ mi piacciono parecchio Clap Rules e Jester At Work.

Mi pare di capire che il tuo sia un lavoro nato per rimanere impresso su disco e basta. Come mai dal vivo no? Hai live del passato o collaborazioni sul palco che ti ricordi con particolare piacere?

Sono timido e non ho il fisico adatto. Inoltre la dimensione live non mi entusiasma più di tanto. Non ho assistito a moltissimi concerti in vita mia, e preferisco di gran lunga ascoltare i dischi comodamente spaparanzato sul divano di casa mia. Se poi vogliamo anche aggiungere che come strumentista non sono esattamente il massimo, il quadro potrebbe dirsi completo.

Cosa stai ascoltando di nuovo in questo periodo? Ci sono dei dischi del passato che secondo te meritano di essere riscoperti?

Ecco un breve elenco di dischi che ho ascoltato ─ o riascoltato ─ recentemente e gradito:

Donald Knaack ─ “Dance Music” (RRRecords, 1994).
The Wardrobe ─ “A Sandwich Short” (Tursa, 2006).
Monitor ─ “s/t” (Captain Trip / Ata Tak Records, 1981), appena ristampato in cd dalla giapponese CD Fresh.
Horrific Child (ovvero Jean-Pierre Massiera) ─ “L’Etrange Mr. Whinster” (Finders Keepers Records, 2009), uscito originariamente nel 1976.
Gus Coma ─ “Color Him Coma” (Paradigms Disc, 2011), registrazioni risalenti al 1983.
Hans Grüsel’s Krankenkabinet ─ “Happy As Pitch” (Crippled Intellect Productions, 2005).
Stan Kenton ─ “City of Glass” (Capitol Jazz, 1995), uscito originariamente nel 1951.
Grumbling Fur ─ “Furries” (Aurora Borealis, 2011).
Ritualistic School Of Errors ─ “Sweat Stained Fancy Heaps For First-Rate Ladies” (Resipiscent, 2009), cd-r.

Data anche la tua iper-attività, i progetti in cantiere quali sono?

Niente di concreto per il momento, ma vorrei imparare a suonare bene il clarinetto prima di pubblicare del materiale nuovo. Mi piacerebbe anche registrare un disco di cover, o produrre qualcosa assieme al papà di Barbara, musicista che stimo molto.

Analogico o digitale?

Ultimamente uso un porta-studio digitale ad otto tracce che conserva molte caratteristiche del suo antenato analogico ─ cursori, manopole, pan, equalizzatore manuale ─ ma offre in più una pulizia ed una gamma di possibilità decisamente maggiori. Non amo molto i software per la produzione, invece, tutte quelle griglie mi mettono l’ansia. Per quanto riguarda invece la strumentazione elettronica, preferisco di gran lunga le macchine ai plug-in VST.

Ma per la faccenda di Sanremo come la mettiamo?

La canzone è pronta, ho appena finito di arrangiarla. Si chiama “Succede Ai Chitarristi Blues”, il testo l’ha scritto Alberto Scotti, e la direzione sarà affidata al Maestro Nicola Mazzocca. Come d’accordo la canterete voi due, quindi vi farò avere presto la partitura. Mi raccomando Giampaolo, attento all’armonizzazione sulla prima strofa, è sottolineata con la penna rossa: quando dici «Guarda amore, guarda che coreografia, Nureyev mi fa un baffo!» posiziona bene l’epiglottide. Tu Maurizio, invece, vedi di tagliare la barba. Ah, ho fatto apportare qualche piccola modifica al ritornello da Mario Lavezzi, era troppo criptico. Sappiamo tutti come funziona, se non piazzi almeno un paio di ossimori da qualche parte, il pezzo non decolla!

A cura di: Maurizio Inchingoli [info@audiodrome.it [1]]
A cura di: Giampaolo Cristofaro [giampaolo.cristofaro@audiodrome.it [2]]

Gruppo: Hum Of Gnats
Gruppo: Poisucevamachenille
Intervistato: Ezio Piermattei 



Data intervista: ottobre 2011

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