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MATTER | Fabrizio Matrone

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Inviato da fabrizio 16 Ott 2011 - 20:36

Andiamo alla scoperta di un musicista appartato e dalle idee chiare. Il campano trapiantato a Bologna Fabrizio Matrone si presenta mostrando le sue cangianti creature musicali. Noi di Audiodrome l’abbiamo incontrato e vogliamo proporvi le sue dichiarazioni, mai lontane dalla musica che compone, che può essere electro, techno e ambient a seconda dell’umore e dell’ispirazione del momento. Ci parla soprattutto dell’ultimo lavoro uscito per l’etichetta d.i.y. tedesca Le Petit Machiniste e delle sue passioni, non senza una velata nota polemica.




Partiamo dalla paternità del disco appena uscito, che mi pare un po’ incerta. Vuoi spiegarci com’è stato concepito Scanning Memory e da quali premesse nasce il progetto Matter?

Fabrizio Matrone: Matter nasce come un’idea mia e di FKD, a cui mi lega una fraterna amicizia e anni di condivisione musicale. All’inizio era un progetto vagamente ambient, isolazionista, drone. Poi c’è stata una virata più elettronica, con uno spostamento delle nostre attenzioni verso la ritmica. Dopo varie uscite per alcune netlabel e apparizioni in alcune compilation, abbiamo pubblicato in cdr tre album, Technology And Planetary Power, uscito per Le Petit Machiniste di Düsseldorf nel 2008, Land Of Discordia (uscito per la label statunitense Soviet Media Kontrol nel 2009, ndr) e appunto il lavoro appena pubblicato, che segna un ritorno alla label tedesca. Per quanto riguarda la paternità del disco è da attribuire a me, FKD è presente in una traccia e mezza, questo perché nell’ultimo periodo si è allontanato dal progetto Matter.
 
Perché hai deciso di concentrarti maggiormente sulle ritmiche, allora, visto che i lavori precedenti erano di matrice più ambient?

Sia io che FKD ascoltiamo molta musica e generi diversi tra loro. Un approccio sperimentale agli strumenti ci ha portato nell’immediato a comporre lunghe sessions dai toni ambient e oscuri. Con il tempo sono giunto alla conclusione che suonare un certo tipo di ambient è per me una faccenda personale, legata profondamente al mio modo di sentire e interpretare i suoni. Preferisco suonare in solitaria, insomma.
Il lato ambient attualmente lo curo e lo propongo con il moniker di Heidseck. Del resto, se guardo al passato, sia io che FKD lavoravamo separatamente per poi confrontare il rispettivo materiale: ai tempi utilizzavamo un registratore quattro piste di quelli a cassetta.

Quindi c’è sempre stata questa cosa che ognuno faceva da sé, e poi  si riunivano le vostre idee…

Sì! In realtà Matter è nato come una cosa del momento, ma esisteva già la sostanza prima del progetto. Quindi decidemmo di utilizzare un nome comune anziché continuare a lavorare con due moniker distinti, come accadde ai tempi di Last Land Sonology, lavoro che è scaricabile su www.sinewaves.it uscito a nome di Fk Drone e Fm Chloroform.

Come sei approdato alla tedesca Le Petit Machiniste? E perché non un’etichetta italiana?

L’approdo a LPM è avvenuto per caso, seguivamo la scena rhythmic noise tedesca e ci siamo imbattuti in Marcel aka 100blumen, boss della label di Düsseldorf, al quale proponemmo il nostro demo. Con le etichette italiane abbiamo provato a proporre le cose più ambient, ma non abbiamo mai avuto nessun tipo di riscontro, tranne alcune net label come Sinewaves, appunto. Forse perché era un periodo in cui andava per la maggiore un certo tipo di ambient, magari più orientato verso qualcosa di vicino al sound di Fennesz, a cose più digeribili se vogliamo, che infatti alla fine sono più assimilabili delle nostre.

Infatti diciamo pure che quelle cose hanno più successo, anche perché magari Christian Fennesz è un personaggio più in vista, ovvio.

A noi piaceva Fennesz, intendiamoci, lo abbiamo iniziato ad ascoltare fin dagli esordi coi primi dischi, però alla fine ci siamo orientati su cose che ci interessavano di più. Parlando dell’ambient, cose tipo Thomas Köner, o la compilation AA. VV. - “Ambient 4: Isolationism”, quella curata da Kevin Martin, dove ci sono Justin Broadrick (qui in duplice veste, come Techno Animal e Final, ndr.), gli stessi Martin, Köner, Mick Harris con gli Scorn e Lull, e dove appaiono addirittura i reduci dei Talk Talk, gli .O. Rang. All’epoca ascoltavamo anche molta musica concreta, per esempio le uscite della Metamkine che FKD non mancava mai di acquistare dal rimpianto negozio di dischi bolognese Underground.

La questione delle influenze musicali è importante per me. Tu, quando componi, sei influenzato da quello che stai ascoltando in quel periodo, oppure ti isoli e non ascolti più nulla?

Durante l’atto compositivo per me è naturale estraniarmi, ma è anche inevitabile che si venga influenzati da quello che uno ascolta, è come il cestello della lavatrice durante la centrifuga, i panni che girano all’interno sono gli ascolti che hai avuto. Alla fine si mischia tutto, perché i generi che mi influenzano e che ascolto sono diversi tra loro. L’operazione a volte non sempre riesce, tanto che può capitare di dire: «ma cosa ho combinato?». Difficile unire generi che talvolta rimangono diversi tra loro. Quello che sicuramente sono/siamo arrivati a definire di preciso è un determinato tipo di sound, comunque oscuro. In un pezzo di Matter non troverai mai un motivetto allegro, anche quando suonavamo con gli strumenti canonici del rock era difficile che venisse fuori un pezzo sviluppato in tonalità maggiori, erano sempre cose compresse, come se un peso ci gravasse sulle spalle, probabilmente era il riflesso della realtà che vivevamo.

Torniamo indietro nel tempo, ora. Dalle passate conversazioni m’è parso di capire che hai un retroterra culturale parecchio legato alla dark-wave, all’industrial, ma anche al punk. Ci puoi descrivere come poi sei approdato a questa forma, diciamo cosi, più “aliena” di musica? È stato un passaggio graduale o ci sono state folgorazioni di qualche tipo?

È stato un passaggio graduale, e ci sono state una serie di situazioni che si sono venute a creare. Io ho avuto sin dal principio - anche con gli strumenti tradizionali come il basso o la chitarra - sempre un approccio poco canonico, molto personale, ecco perché ero attratto dal punk, cioè dal motto “imbraccia uno strumento e suona”. Insomma, è sempre stata una cosa molto istintiva, quindi anche quando mi dedicavo alla chitarra alla fin fine suonavo a modo mio, cioè avevo elaborato un modo di suonare che era mio, che per quanto potesse essere “ascoltabile” era sempre elaborato da me. Quindi ho avuto un approccio diciamo “sperimentale” con lo strumento. Poi è iniziato a subentrare il computer e la scoperta dei primi software per produrre musica. All’epoca utilizzavamo Sound Forge, che era uno dei primi editor audio che ti permetteva di stravolgere totalmente quello che avevi suonato e registrato; quindi inizi a smanettare, a sperimentare, e ti escono fuori delle cose. Ascoltavi anche i gruppi che magari tra un pezzo e un altro di new wave e punk ci mettevano qualcosa di sperimentale.

E infatti con l’avvento delle macchine le cose cambiano parecchio, vero?

Certo! Tanto che scopri della musica totalmente diversa, come quando ascolti per la prima volta i Clock D.V.A. e dici “merda!”. O come è capitato quando hai ascoltato Godflesh, Big Black e ti rendi conto che puoi fare anche a meno di un batterista, si possono perciò introdurre delle cose nuove e anche le chitarre possono suonare diversamente. Se uno pensa al modo di suonare di Steve Albini se ne rende conto, sono come delle “inferriate” che suonano, specie quando era proprio nei Big Black. Nel giro di frequentazioni nostro c’erano Lino e Nicola dei Retina.it che già all’epoca si dedicavano all’elettronica, alla techno primigenia e, conoscendoli, pur essendo attratto dalla formazione rock classica, vedendoli con i loro strumenti e campionatori, ne rimanevi affascinato, e ti rendevi conto che esisteva un altro tipo di musica. Andandoci a pensare bene, il mio percorso musicale viene proprio da queste premesse. Diciamo a livello personale la folgorazione per la musica elettronica non è stata neanche quella per i Kraftwerk, ma per i Clock D.V.A.; un’altra folgorazione sono stati i Pan Sonic (all’epoca Panasonic e acquistati sempre dal buon FKD), un’altra ancora i Celluloïd Mata (interessante progetto power noise del francese Matthieu Maire, attivo già dalla metà dei ‘90, ndr), un gruppo fondamentale che usciva per Ant Zen, che ha fatto pochi dischi, è durato pochissimo, e magari è stato considerato come una band minore, ma che a mio avviso ha saputo proiettare il power noise nell’IDM. Lo considero un progetto molto valido.

Del resto l’ultimo Scanning Memory ha più di qualche contatto con i Pan Sonic, nello spirito più che altro, o sbaglio?

Sì, ma come dicevo prima, anche loro sono stati davvero una folgorazione. Io li considero un po’ come il punk proiettato nell’elettronica e nella techno. Anche perché c’è di tutto nella loro musica, c’è pure il dub ad esempio, e quei suoni che ti prendono allo stomaco e dietro al collo. Sono anche una band dal forte impatto live. E non dimentichiamo il mio amore per i Drexciya e gli Scorn. In Scanning Memory c’è anche tanta sperimentazione con i synth e un approccio istintivo e primordiale con il suono che comunque rimane sporco e graffiante, irrequieto!
 
Torniamo un attimo all’amicizia di lungo corso con Lino Monaco e Nicola Buono dei Retina.it. Cos’altro vi accomuna, oltre alle origini campane?

È un’amicizia di lunga data, ci accomuna un po’ di tutto in effetti, l’esperienza della vita quotidiana, e la musica ovviamente. Con Lino e Nicola potremmo stare a parlare per ore di musica o di strumenti.
 
Hai suonato - col moniker Heidseck e insieme proprio ai Retina.it e Tez - lo scorso 3 settembre con Adi Newton dei T.A.G.C. (Clock DVA) in un concerto a Pompei. Com’è andata?

L’ho vissuta in modo abbastanza irreale, a dirti la verità! Tutto immaginavo, tranne di avere la possibilità di incontrare un giorno Adi Newton, una cosa insomma abbastanza assurda! Lui poi è un personaggio, ma nel vero senso della parola, un mito…

La questione live è importante per te? Ti piacerebbe organizzare anche delle date in qualche posto specifico?

Diciamo che potrebbe interessarmi, ma fino a questo momento le date sono state proprio limitate, sia come Matter e sia come Heidseck, forse perché in Italia è un po’ più complicato proporre un determinato tipo di musica. Sicuramente preferisco il momento della creazione del pezzo, però anche i live sono importanti, avere un riscontro col pubblico che ti fa dire “ok, vai avanti, anche le tue cose possono piacere”; più che altro è bello condividere la tua esperienza con altre persone, perché è certamente importante pure quell’ aspetto, dare insomma degli input. Solo che poi qui in Italia le cose si complicano, a Bologna soprattutto.
 
A questo proposito volevo chiederti: tu vivi e operi a Bologna. Mi piacerebbe avere un tuo parere su questa città, spesso legata alla musica…

Ho conosciuto un po’ meglio la scena musicale del posto quando suonavamo dark-wave e post-punk, ma dal punto di vista dell’elettronica ho conosciuto poco, giusto delle realtà più orientate su altri generi, non molto affini al sound di Matter. Penso che in realtà in Italia non c’è una scena sufficientemente sviluppata per quanto riguarda il rhythmic noise e affini. In Germania invece opera un gruppo di persone che si muove per organizzare determinate situazioni come eventi legati a serate, festival, insomma lì c’è un circuito vero e proprio, che qui io almeno non ho trovato altrettanto sviluppato.

Cosa ascolti in questo periodo?

Randomicon dei Retina.it, ho ripreso i vecchi dischi dei Clock D.V.A. e Anti Group, anche in previsione della data che ho fatto a Pompei; sto ascoltando anche un po’ di dubstep, tipo l’ultimo dei Meat Beat Manifesto, Answers Come In Dreams che m’è piaciuto abbastanza, e l’ultimo di Scorn, l’EP Yozza. Sto ascoltando anche un ragazzo greco che esce per Le Petit Machiniste, hyDrone, del quale mi sono piaciuti sia l’album, Confusion, sia l’ep omonimo, e ovviamente le ultime uscite dell’etichetta tedesca, tra questi 100 Blumen e Nin Kuji che nell’ultimo album di Matter ha remixato una traccia. Ogni tanto ricasco nell’ascoltare un po’ di techno, ancora Drexciya, gli Arpanet, che mi piacciono molto, insieme all’ultimo progetto di Gerald Donald, Zwischenwelt.

Parlami infine dei tuoi progetti futuri…

Di sicuro ancora Matter, non escludo altri cambi di direzione, anche perché questo lavoro è sicuramente molto più vicino al primo album anziché al precedente Land Of Discordia, che era molto più cattivo. E rimango comunque differente rispetto alle altre uscite di Le Petit Machiniste, il mio lavoro insomma col tempo s’è fatto è un po’ più vario, e un po’ più libero forse, meno definibile. Non ho voluto fossilizzarmi su sonorità precise. Poi continuerò come Heidseck, del quale ho già pronto il nuovo materiale (sto infatti cercando un’etichetta), ed è una cosa che mi piace molto, più ambient-oriented, un altro aspetto che curo tanto…

A cura di: Maurizio Inchingoli [info@audiodrome.it [1]]

Gruppo: Matter
Intervistato: Fabrizio Matrone 



Data intervista: ottobre 2011

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