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Donnabavosa e Sangue Dischi

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Inviato da fabrizio 31 Ott 2011 - 22:38

La chiacchierata che segue vede per protagonisti due amici accomunati da una sana passione per le opposte arti del suonare e del non-suonare, nonché dalla voglia di dar voce alla propria passione per la musica con due label distinte eppure per molti versi contigue. Nico (aka JDR) e Luca (aka GJHO) sono, insieme e ciascuno per proprio conto, i protagonisti di realtà cui Audiodrome ha sempre dedicato ampio e meritato risalto, dai Laghetto ai Marnero, da Donnabavosa a Sangue Dischi, dall’AntiMTVDay a DUNE e Santa Banana. Insomma, di carne al fuoco ce n’è molta e i due non si sono certo tirati indietro dal sottoporsi a questo serrato interrogatorio, cui hanno saputo apportare anche un pizzico di ironia a sdrammatizzare e rendere più piacevole il percorso. Lasciamo quindi e senza ulteriore indugio la parola ai diretti interessati, con i quali – per inciso - fa sempre enorme piacere incontrarsi e confrontarsi.




Cominciamo dai Laghetto, di cui è appena uscito un ricchissimo box con musica, silenzi, parole, immagini (
www.laghetto.bandcamp.com [1]) per non parlare del concerto all'ultimo AntiMTVDay (una deroga abbastanza evidente al non suonare). Cosa ha significato per voi e cosa portate dentro della fase suonata dei Laghetto?

JDR: Per quanto mi riguarda la fase suonata dei Laghetto è il periodo della mia vita in cui ho imparato tutto. Suonare è stata la scusa con la quale abbiamo girato l’Italia, abbiamo conosciuto persone che altrimenti non avremmo mai incontrato, abbiamo potuto fare alcune tra le amicizie più importanti, che ci porteremo dietro per sempre, sotto il segno di questa musica qua, "il panc". E, soprattutto, in questi anni abbiamo trovato un’identità, che indubbiamente deve essere indipendente da quella cosa lì, altrimenti si rischia di non saper voltare la pagina.

GJHO: Sottoscrivo. Il fatto di essere tornati insieme su un palco dopo 4 anni esatti di silenzio e lontananza (anche geografica per 2/4 del gruppo) ha lasciato che avvenisse una sorta di scrematura della memoria. Negli anni di attività suonata abbiamo fatto più di cento concerti: di questi è difficile trattenere ricordi distinti, ce ne son stati di belli, di brutti ed anche di penosi; altri ancora sono stati meravigliosi a patto di escludere la parte musicale. Ad oggi quello che rimane sono appunto gli incontri. Tante facce impossibili da dimenticare, anche se alcune viste per una volta sola. E poi ovviamente le amicizie germogliate da tutto questo. Ognuno di questi incontri, casuali eppure in qualche modo inconsapevole fortemente voluti, non sarebbe stato possibile senza i Laghetto. Ritrovare alcune di queste facce sotto il palco il 17 settembre è stata la conferma che non tutto di quell'esperienza è andato perduto. Quindi diciamo che il gruppo è stato soprattutto il mezzo per ottenere qualcos'altro. Iniziare a vivere, ad esempio.

Cosa vi ha spinto ad iniziare una fase silenziosa e in qualche modo difficile da fermare in un disco o in un concerto? Che tipo di impatto ha avuto questa scelta sul vostro pubblico e quanti hanno avuto il coraggio di seguirvi in questa transizione?

JDR:  Inizialmente la fase silenziosa è nata da fattori biografici contingenti, cioè traslochi. Infatti i Laghetto sono sempre stati un’applicazione musical-cabarettistica di una frequentazione totale nella vita quotidiana, addirittura per qualche anno abbiamo vissuto tutti e 4 nella stessa casa come se fosse un reality. Non abitando più nelle stesse città come abbiamo fatto per dieci anni, abbiamo dovuto trovare un modo di esistere a distanza. Alcuni gruppi suonano anche a distanza, ma non i Laghetto. I  Laghetto non suonano ma esistono.

GJHO: Ti sei dimenticato di dire che il non suonare più ci ha automaticamente fatto diventare dei fighi. Ovvero tutti si sono scordati di quanto potesse essere indecoroso un concerto dei Laghetto, lasciando scolpiti nella memoria soltanto i miei addominali (nel 2004 ero piuttosto in forma), il trapezio di Raudo e i baffi di Brazo de la Muerte. In effetti è per capitalizzare la popolarità grazie alla falsificazione della storia che abbiamo smesso di suonare. Inoltre, parlo a titolo personale, ho avuto molto più tempo libero per fare figuracce al bar.

Il coraggio di non suonare, un concetto capace di catalizzare immediatamente l'attenzione su una certa voglia di presenzialismo che pervade la scena diy, quasi che il partecipare sia passato dall'essere una necessità per mantenere viva la scena a necessità di sentirsi vivi. Tesi troppo audace?

JDR: Questa cosa della Scena però bisogna che prima o poi la risolviamo eh. C’è una discussione filosofica che parte dalla Scolastica dietro: il nominalismo. “Scena” è un termine che non possiede una sua propria esistenza a priori  né esiste al di fuori delle persone, è solo un nome. Quindi la Scena è Scesa, è Scema, non esiste, non può essere “viva”, esistono solo delle persone (speriamo vive) che fanno delle cose, che si ritrovano in certi posti con delle modalità, e delle felpe con le toppe. Ma spero anche accomunate da delle visioni comuni della vita, non solo da gusti musicali. E comunque sì, si va nei posti e si fanno certe cose proprio per sentirsi vivi e trovare un’identità.

GJHO: La Scena è in forma più o meno come Michael Jackson a fine carriera. L'unica speranza di sopravvivenza è ripartire dalla fondamenta, ovvero da tutte le istanze extramusicali che (almeno nel mio caso) sono state determinanti nel farmi scegliere il punk e i centri sociali piuttosto che il booster modificato con la marmitta polini e la disco (che poi alcuni andassero ai concerti col booster è un altro paio di maniche). In un certo senso non mi sorprende affatto che sempre più spesso ai concerti capiti di ritrovare le stesse facce ovunque si vada: non a caso si tratta di persone appartenenti ad una certa fascia d'età e legate ad un periodo storico/musicale ben preciso, con le quali si avverte un'affinità nella formazione e nella visione che a voler essere romantici tende alla fratellanza. Penso siano proprio la ricerca di questo senso di comunità, la necessità di incontrare persone che condividono una stessa visione della vita piuttosto che collezioni di dischi e magliette i motivi che, nonostante tutti gli sbattimenti della vita adulta, ci costringono ad insistere.

Ai Laghetto sono legate moltissime realtà sia in campo musicale che non, cito a caso Donnabavosa, Sangue Dischi, Marnero, DUNE, Santa Banana, ma anche l'arte visuale di Ratigher e Tuono Pettinato. Si direbbe che quell'esperienza sia stata più che altro una fucina nata dall'incontro di differenti talenti/voglie di esprimersi. Mi sbaglio?

JDR: No, non ti sbagli, ma l’arte c’entra poco, c’entra la vita. Qualcuno mi dice che l’arte c’entra con la vita, ma io sono ancora dubbioso. Comunque nel nostro caso, non è un crogiuolo ma un canale di scolo: noi non siamo capaci di forgiare, siamo solo capaci di espellere e intasare, il resto è manifestazione di questo. Siamo molto lontani dall’arte, siamo nel campo della Terapia, dell’evacuazione mostri e dello scolo delle acque reflue, delle quali il D.ott.One può parlarci a lungo.

GJHO: Grazie per l'assist. In effetti la merda, come peraltro sottolineava Elio in una canzone di tanti anni fa, non è affatto brutta come la si dipinge. È sostanza organica ancora ricca di nutrienti, e se riutilizzata con modalità opportune favorisce il germogliare di nuove forme di vita. Quindi spargere merda in giro sotto forma di dischi, rumori e disegni è un po' come lavorare nei campi. Si ara il terreno, si semina, ci si fa un bello stronzo e poi si aspetta. Qual era la domanda, comunque?

In particolare, Donnabavosa e Sangue Dischi sembrano direttamente legate a quell'esperienza, tanto che il sito di Donnabavosa contiene al suo interno le pagine di Sangue Dischi, Laghetto e Marnero. Cosa differenzia le due label e quanto invece le rende unite e ideologicamente vicine?

JDR: Be’, questa risposta è facile. Donnabavosa produce(va) e distribui(va) cd, Sangue Dischi produce e distribuisce vinili, ma soprattutto Sangue Dischi è un’etichetta viva e Donnabavosa è un’etichetta finita. Sangue Dischi prosegue e attualizza quello che faceva Donnabavosa, che è morta perché è morto il concetto di scambio di cd. Donnabavosa nacque per due motivi: autoprodurre i Laghetto e portare il caos negli ambienti musicali e fumettistici, infilando dischi nelle nicchie autistiche dei fumettisti e fumetti nelle nicchie autistiche dei punks. Missione fallita, ma il fallimento è l’unica forza motrice dell’uomo. Alla fine un bel po’ di cose belle le abbiamo fatte, e fallire è sempre il miglior modo per trovare la forza di cambiare.

GJHO: Parla per te. Io fatturo.

C'era una volta (e c'è ancora) la cospirazione diy, ovvero la voglia di unire le forze e produrre musica insieme. In che modo le due label si sono trovate coinvolte e hanno reso possibile questa esperienza? Quali i vantaggi e quali i limiti di un simile modus operandi?

JDR: Autoproduzione e coproduzione sono il solo modus operandi possibile oggi: il massimo vantaggio lo si ottiene annullando tutti gli intermediari, che è poi il concetto di Km Zero. La coproduzione diy allargata, negli anni passati, era un modo di bypassare intermediari di distribuzione: per farti uno stupido esempio la prima edizione del primo disco degli Inferno vendette 1000 copie: 993 copie nel circuito delle distro diy e ben 7 copie distribuite Audioglobe. Questo ti dice tutto. I prezzi rimangono bassi e accessibili e la gran parte dei proventi vanno, come è giusto che sia, al gruppo, che rimane liberissimo da legami contrattuali. L’Autoproduzione oggi è ancora più conveniente grazie alla possibilità di distribuire e vendere via Internet, perciò ad esempio l’ultimo disco dei Raein è totalmente autoprodotto come scelta non solo ideologica, ma anche economica. Comunque alla fine il punto più importante è che l’Autoproduzione è soprattutto un modo di vedere la vita, autoprodursi non solo la musica ma tutto, dal pane all’energia, al piacere sessuale, agli stili di vita. Per riappropriarsi anche del vero significato del termine Indipendenza.

GJHO:  Sì. Autoprodursi significa non delegare e scardinare la dinamica funesta del capitalismo per cui “se una certa cosa non genera profitto non si deve fare”. Significa creare possibilità dove non ce ne sono. Una forma molto concreta di anarchia, se vuoi. Il limite è rappresentato dalla finitezza di tempo e mezzi, ma è un limite soggettivo e quindi può sempre essere spostato un po’ più in là: e poi per quanto mi riguarda la gratificazione di essere totalmente libero di gestire le cose senza dover rendere conto a nessuno se non a me stesso, sia a livello strettamente “artistico” che di aspettative economiche, azzera tutte le difficoltà e le ristrettezze in cui a volte ci si trova ad operare.

I Marnero appaiono in qualche modo come gli eredi naturali dei Laghetto, non tanto per similitudini musicali, quanto per un approccio attento a testi, immagini, voglia di andare oltre la semplice "canzone". Come è nata la scelta del nome, possiamo parlare di un concept che unisce le composizioni dei Marnero?

JDR: A volte i nomi vengono prima dei concetti che esprimono (be’ certo mi rendo conto che è poi l’esatto contrario di quello che ho detto prima parlando di nominalismo). In ogni caso, indubbiamente, l’acqua è elemento unificante, si infiltra da tutte le parti ed è in grado di dare la vita e allo stesso tempo  di distruggere tutto (come purtroppo dimostrato in questi giorni). Noi abbiamo mollato la boa e capito che se proprio vuoi ficcare la testa da qualche parte devi farlo in mezzo al mare, dove diventa nero e fa paura, dove si apre quel mondo terribile lì. Siccome nel mare non ci sono taverne, una volta imbarcati non c’è possibilità di ritorno, né porti in cui rifugiarsi: abbiamo perso la Trebisonda, smesso di guardare il Naufragio da lontano e accettiamo il rischio più alto. Davanti solo l’orizzonte che sfugge continuamente e attraverso questa consapevolezza ci siamo depurati dalla speranza. E cercare di andare il più a fondo possibile, perché in ogni cosa c’è una fossa delle Marianne.

GJHO: Tra l'altro anche in ogni Marianna c'è una fossa. Una matrioska di Marianne e fosse. Tutto torna.

Verrebbe voglia di scomodare paroloni e termini da critica musicale "alta", ma in realtà il cuore che batte è sempre quello della scena più sinceramente hardcore, almeno di quella originale e non ancora stereotipata. Che tipo di legami mantenete con quei principi e quell'immaginario?

JDR: Quello è un modo di vedere le cose che va oltre la musica. È una necessità, un bisogno di smaltire le scorie, di dire delle cose che altrimenti siamo impossibilitati a dire se non mettendo dei mitra in mano a delle scimmie bendate. E c’è quindi ancora bisogno di urlarle, queste cose. Ma non è musica, anzi, ripeto, anche se nessuno avesse mai inventato qualche strumento musicale e fossimo tutti sordomuti, il Punk esisterebbe lo stesso.

GJHO: Niente da aggiungere.

Cosa spinge una persona che già suona a passare dall'altra parte della barricata e ad assumersi gli sbattimenti di una label? Soprattutto, che senso ha nell'epoca degli mp3 mandare avanti una label, visti gli enormi sforzi e le scarse gratificazioni che apparentemente comporta?

JDR: L’Autoproduzione non è l’altra parte della barricata, è la stessa parte. E dalla stessa parte c’è anche il pubblico. Una parte diversa è forse quella di chi gestisce i luoghi dove si suona e che deve affrontare questioni di spese, incassi e ricavi.

GJHO: Se si dovesse pensare in termini di gratificazioni concrete (copie vendute, visibilità dei dischi, automobili con le sospensioni idrauliche etc), tanto varrebbe lasciare perdere subito. Dato che Sangue Dischi non ha mai avuto la pretesa di fornire soldi per lo svago al sottoscritto, ma gode della posizione già piuttosto privilegiata di auto-sostenersi grazie alla distro, mi basta e avanza la soddisfazione di aver contribuito a far uscire dischi che in primo luogo mi fomenta(va)no come ascoltatore. Il catalogo di Sangue è alla decima uscita e sono orgoglioso di ciascuna di esse, poco importa che alcune siano brutalmente in perdita. D'altra parte il non doversi preoccupare delle vendite è uno dei privilegi derivanti dalla scelta dell'autoproduzione: non c’è niente da guadagnare e neanche niente da perdere.

Torniamo un attimo all'AntiMtvDay e alla sua ultima edizione. Perché chiudere a quota dieci e quando ormai si era venuto a creare un momento catalizzante/aggregante di primaria importanza? Che cosa lascia dentro un percorso così appagante eppure così difficile da gestire?

JDR: Le cose di solito, in natura e nella società umana, finiscono con una fase di decadenza e squallore. Molto meglio il suicidio all’apice. E più che altro, aggregare e catalizzare le persone una volta all’anno non serve proprio a niente. Bisogna convincere le persone che questo tipo di cose si fanno ogni fine settimana, ogni giorno, devono nascere come funghi piccoli figli dell’AMD in ogni provincia, ogni sabato. La vera resistenza è urbana e quotidiana, ad esempio quello che fanno ogni giorno XM o l’Atlantide, a Bologna, o gli altri spazi sociali di Italia. Dobbiamo uscire di casa sempre, non una sola volta all’anno, parlare con le persone e andare contro il modello culturale secondo il quale dovremmo tutti chiuderci in casa a chiave… Bisogna prendere un piede di porco e scardinare violentemente il circolo vizioso lavorare/riposare/avere paura.

GJHO: Qualsiasi cosa se lasciata degenerare in consuetudine perde di senso. Bisognerebbe imparare a fare a meno delle certezze rassicuranti, in ogni ambito. È l’unico modo per rimanere vivi. Inoltre mi piace credere che il punk non sia qualcosa che si fa nei weekend o negli spazi prestabiliti, e quindi sicuri, ma un’attitudine e un modus vivendi con cui si cerca di incidere sull’esistente. Tutti i giorni, per l’appunto.

A giudicare dalla mole di persone, gruppi e distro presenti, verrebbe quasi da rimangiarsi la domanda sul mercato discografico in crisi, eppure a dispetto del fermento e delle realtà presenti, l'impatto sulla società "reale" è sempre minimo, per lo meno a livello di numeri. Pigrizia, addomesticamento da parte dei media, pregiudizi? Sarà ingenuità, ma a confrontare la scaletta dell'AntiMTVDay con il suo diretto rivale (o il catalogo di alcune label coinvolte con quelli di tante major), dal punto di vista qualitativo sembra davvero non esserci battaglia.

JDR: Boh io non mi intendo di musica. La musica è brutta.

GJHO: Be’, il discorso qualità è sempre opinabile. Io chiaramente ti darei ragione al 100%, ma in Italia ad esempio esiste un orrendo atteggiamento post- conservatorio per cui una bella fetta di pubblico ti direbbe che all’AntiMtvDay “i suoni fanno cagare” oppure che il sound di alcuni gruppi è “puro casino”. O ancora, alcuni pensano che un gruppo che non vive di musica, non ha visibilità sui canali “ufficiali” e non si fa produrre da Boosta dei Subsonica non merita il loro tempo. Tuttora ci sono molti (quelli che aspettano con ansia il nuovo disco inutile degli Afterhours, per capirci) che in casa hanno una trentina di cd di cui 20 masterizzati e si ritengono all’avanguardia tra gli intenditori di musica. Non c’è nessuna reale curiosità né volontà di scavare anche solo un paio di cm sotto la superficie, lo studente medio preferisce di gran lunga spendere 20 euro per due canne e una birra piuttosto che per entrare ad un concerto e comprarsi un disco.
Ti faccio questo esempio: qualche tempo fa ero ad un concerto all’XM e mi sono fermato alla cassa a parlare con i ragazzi che organizzano. Di sotto suonavano i Viscera///. Sono arrivati 4/5 studenti tra i 20 e i 24 e hanno cominciato a rompere i coglioni perché si pagavano 4 euro per entrare. Il più intraprendente è venuto da me e mi ha fatto “ma io non voglio pagare per sentire questi che sono la brutta copia dei Korn, al massimo vado giù e mi piglio una birra!”. I Korn. Capito? Ecco, questo è il male.

Parliamo di vinili: quando ormai l'mp3 e il download spopolano, alcune label riportano prepotentemente l'attenzione sul vinile e utilizzano l'mp3 gratuito come mera forma promozionale, ovvero come accadeva una volta con le cassette passate tra amici. Esiste davvero una guerra globale tra file e formato materiale o è semplicemente una guerra delle grosse multinazionali contro una possibile perdita di profitti?

JDR: Boh. Mi si sta bruciando il toast nel tostapane.

GJHO: Penso che la diffusione del download gratuito abbia danneggiato in maniera significativa soltanto l’industria della musica, e di questo non c’è che da rallegrarsi. Ovviamente in quanto mero strumento tecnologico il download in sé è neutrale, ovvero le conseguenze del suo avvento dipendono di volta in volta dall’utilizzo che se ne fa. Da utente posso dirti che il download è solo uno strumento in più per scremare e scegliere: non conosco il gruppo, scarico l’mp3, se mi piace cerco il vinile. Parlando per l’etichetta invece, praticamente per tutte le uscite sono state anticipate da assaggi gratuiti online se non dalla diffusione del download libero ed integrale: in alcuni casi ha funzionato come incentivo all’acquisto, in altri non ha avuto nessun impatto significativo. Per cui sulla base della mia esperienza non saprei dirti se ad oggi esiste una relazione precisa tra diffusione del formato digitale e la vendita del supporto fisico. Di certo non posso che constatare che i cd ad oggi sono ormai invendibili, e che per la buona riuscita di una release è necessario incentivare l’ascoltatore con la maggior cura possibile di ogni dettaglio (l’artwork in primis): credo sia una conseguenza della grande abbondanza di uscite di adesso, rispetto ad anni fa. Per alcuni ha significato semplicemente una maggiore facilità di accesso a dischi introvabili, per altri invece una bulimia ingestibile per cui il risultato finale sono hard disk intasati di roba che non ascolterai mai, per altri ancora la rinuncia alla fruizione dei live… Quindi dipende. Probabilmente siamo ancora in una fase di transizione in cui non si è ancora diffusa la capacità di utilizzare i nuovi media in maniera consapevole e matura.


 Qualcuno, al contrario, ha affermato che l'intera faccenda del file-sharing è la sconfitta dell'ottica punk, ora tutti hanno accesso a tutto e, di contro, si è arrivati alla saturazione e al caos, per cui proposte valide e meri bluff convivono fianco a fianco in una palude che finisce per confondere le idee all'ascoltatore. Credete ci sia un fondo di verità?

JDR: La gavetta, questa sconosciuta. Proliferano i gruppi che suonano in giro dopo 4 prove e mezzo e che fanno uscire un disco senza aver fatto neanche un annetto di prove in mezzo ai contenitori delle uova, in cantina. Poi spariscono e formano gruppi con ex membri di. Consumismo banderuolistico. Ma non credo sia colpa del file sharing. È colpa/merito, in parte, dell’abbassamento dei costi di registrazione e stampa, ma soprattutto della mentalità post-myspace da messageboard. Cioè: non vale più tanto il valore della proposta di un gruppo, quanto la capacità di un gruppo di intessere amicizie e contatti telematici e leccare il culo a qualcuno. Come in ogni contesto italiano.

GJHO: Sono totalmente d’accordo con Nico e aggiungo anche che mi sembra stia venendo meno, anche al livello in cui siamo abituati a muoverci, la capacità critica che consente (consentiva?) agli ascoltatori di scremare la fuffa dalle proposte di “spessore”. Come accennavo prima, è troppo comodo dare la colpa alla diffusione del formato digitale: questo al massimo offre delle possibilità in più, sta all’individuo farne un uso sensato, scegliendo e filtrando. Ho l’impressione che le persone sempre più spesso si approccino a queste realtà con l’unico desiderio di essere intrattenute, utilizzando una specie di filtro passa-banda per cui tutto quello che richiede più di 4 minuti di attenzione per essere assimilato viene buttato nel cesso. Le cause di questo atteggiamento andrebbero approfondite ma temo ci vorrebbe un trattato di sociologia quindi lasciamo perdere.

Non parliamo di politica, ma per lo meno di politiche culturali... Cosa manca all'Italia rispetto ad altri paesi e perché campare di musica qui è così difficile (direi pressoché impossibile), mentre in altri posti sembra tutto più semplice?

JDR: Guarda, invece parliamo proprio di politica, cioè di visioni su quale deve essere il peso della cultura in una società e quale invece il peso di uno dei tanti “idola” moderni: il lavoro. Però, per quanto mi riguarda, chi campa di musica mi interessa poco. Mi interessa chi porta esempi di sopravvivenza al modello imposto dalla cultura del lavoro-produzione-consumo.  Bruno Dorella è un esempio di questo, per me, da anni. Invece, altri loschi personaggi che in Italia tentano di vivere di musica, per me, sono l’esempio contrario e spargono il virus del gonfiare i costi di tutta la situazione, perciò peste li colga porca puttana.

GJHO: Esistono anche altre contingenze più terra terra a determinare la tristezza della situazione italiana. Ad esempio il fatto che non esista una dimensione intermedia tra gli squat e i palazzetti per la fruizione della musica live (salvo rarissime eccezioni), per cui non esiste alcuna possibilità reale per una band di crescere gradualmente e provare a vedere che succede. Ovvero tra quelli che stanno nel range di cachet “rimborso spese - 300 euro a data” (il 99% ?) e i Marlene Kuntz non c’è nulla (dopo i Marlene Kuntz c’è Vasco, chiaramente). Potrei farti vari esempi di band che ci hanno provato. Nessuno ci è riuscito. Questo si ricollega al discorso di prima sulla mancanza di curiosità e ignoranza dell’utente medio: per fare un esempio, se anche il gruppo x (fossero pure i nuovi Fucazzi) apre il concerto, per dire, del Teatro Degli Orrori, nessuno se li caga, e sai perché? Perché sono li solo per cantare a squarciagola la canzone del video su Mtv, del resto gli fotte sega.

Grazie mille per il vostro tempo, lascio a voi la parola per dare qualche anticipazione sulle prossime mosse e su cosa dobbiamo aspettarci per il futuro più o meno prossimo...

JDR: Visto che Giovanardi ha identificato nella droga il motivo della crisi, le prossime mosse saranno andare a Piazza Affari a spacciare Crack, proprio il gioco da tavolo, quello in cui si gioca a perdere, così che si arrivi al più presto possibile al Naufragio Universale. Nel frattempo si possono seguire le uscite di Sangue Dischi su www.sanguedischi.it [2], e ordinare i fondi di magazzino di Donnabavosa su www.donnabavosa.com [3]. Nel  mentre i Marnero stanno partorendo una megattera-musical che parla del Sopravvissuto al naufragio e i Laghetto continuano avanguardisticamente nel percorso del Non Suonare. Chi ci legge può finanziare queste sfide acquistando la discografia su www.laghetto.bandcamp.com [4].

GJHO:  Nico preferisce sempre tenersi abbottonato. Io invece ti anticipo senza nessun problema che stiamo per accannare tutto quello che riguarda la musica e le nostre tristi vite di oggi al fine di concretizzare il progetto del centro benessere. Avremo una location fantastica a Monzuno dove potersi rilassare in sauna, depurarsi con i fanghi o seguire la preparazione atletica del Reverendo che traina un Land Rover in salita. E per soli 5 euro in più, seghino. Prima però se volete veniteci a trovare il 4 a Bologna. C’è un festival con un nome tamarrissimo ma con vari gruppi belli, si chiama Snakes of Christ come una canzone di Danzig, quindi cercate di essere in forma se decidete di venire.

JDR: E perdonaci se siamo stati un po’ troppo sintetici in questa intervista, eh.

A cura di: Michele Giorgi [michele.giorgi@audiodrome.it [5]]

Label: Donnabavosa
Label: Sangue Dischi



Data intervista: ottobre 2011

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