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JOHN GRANT | 12/11/2011

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Inviato da fabrizio 05 Dic 2011 - 23:11

Covo Club - Bologna



È la seconda volta che incrociamo l’autore dell’acclamato disco d’esordio Queen Of Denmark, rimanendo nuovamente come “stregati” da tanta classe performativa.
Questa volta, però, ci riesce più difficile essere equidistanti - la prima fu vera sorpresa - vista proprio la bellezza intrinseca dei pezzi che col tempo non si affievolisce, anzi, condiziona la nostra personale idea di partenza di questo compositore sui generis. In tempi confusi fa una certa impressione imbattersi in una persona che mette a nudo le proprie paure e ansie in un disco quasi perfetto come quello uscito lo scorso anno. L’ex Czars ha capito di aver colto nel segno e si gode in maniera sacrosanta tanta e giusta devozione, mettendo sul piatto un’esibizione precisa, senza fronzoli e compita al punto giusto. I pezzi sono ormai quelli conosciuti, spicca anche un inedito dal testo “politico” e intimo come al solito, “Vietnam”: niente male. Tra l’altro, Grant ci anticipa che l’imminente nuovo lavoro sarà “with a lot of strings” e noi ondeggiamo e cantiamo insieme a lui. Giusto per dovere di cronaca, dunque: “Sigourney Weaver” empatica in odor di karaoke col pubblico che affolla il Covo, la “svenevole” “When Dreams Go To Die”, la lezione di potenza espositiva di “Marz” (a tratti quasi “spirituale”) e l’andamento in guisa charleston della felice “Chicken Bones”, dedicata alla sua permanenza triennale nella Grande Mela. A seguire una “TC And Honeybear” che Billy Corgan si sogna ormai di scrivere, tanto stellare e in odor di Burt Bacharach, per passare all’omaggio ai suoi ex compagni con una delicata versione di “Los”. Finale con  una “It’s Easier” da brividi e, andiamo a memoria, “JC Hates Faggots” e “Caramel”, dedicata alla onnipresente figura della nonna scomparsa poco tempo fa.
Ci vuole coraggio a scrivere testi del genere, a usare un piccolo synth portatile manco fossimo nel pieno dei ’70 lussuosi e pieni di polvere di stelle di un film di Bob Fosse o prostrati di fronte alla magnificenza espressiva del primo Elton John. O ancora a inscenare un teatrino così intimo da rasentare la “pornografia” sentimentale senza sembrare mai patetico. John Grant ha il fegato di farlo - non è cosa da poco, ribadiamo – e giusto un simpatico e “folle” genietto come lui se lo può permettere. Noi godiamo così tanto di questi brevi istanti di felicità che vorremmo non finissero mai. Massimo rispetto e un dovuto “chapeau”.

A cura di: Maurizio Inchingoli [info@audiodrome.it [1]]

Gruppo: John Grant



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