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UNREAL TERROR | Luciano Palermi

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Inviato da fabrizio 18 Gen 2012 - 22:36

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Luciano Palermi, frontman degli storici Unreal Terror, ci canta la sua “Immigrant Song”: da Pescara a Los Angeles e (dopo più di venti anni) ritorno...

In questa intervista avrete alcuni degli ingredienti e dei retroscena di una piccola, grande storia del metal italiano, chiamata Unreal Terror. La band di Pescara, nata nel ’79 e che in breve tempo divenne la pioniera del heavy metal in Abruzzo, si è riformata per uno straordinario - sebbene fugace - concerto tenutosi al locale Blackest di Pescara lo scorso 27 dicembre 2011. Tra sogni e speranze, ora inseguiti e sfiorati, ora raggiunti e infranti, Luciano ci narra del suo passato di giovane e ambizioso “metallaro” di provincia, delle vicissitudini on the road, della sua fuga a Los Angeles e della… “Dolce Vita”! 




Ciao, Luciano! Per prima cosa, come stai? E com’è andato il viaggio di ritorno per Los Angeles?

Luciano Palermi: Abbastanza bene. Il viaggio di ritorno è stato, come al solito, piuttosto lungo ma adesso sono tornato in azione.

Parlando personalmente, non riesco a sbarazzarmi di quel compiaciuto sorriso di approvazione dal fantastico concerto degli Unreal Terror, dello scorso 27 dicembre, al locale Blackest di Pescara. Suppongo tu sia altrettanto soddisfatto della tua esibizione. Come avete organizzato la reunion degli Unreal Terror e dove avete trovato la volontà di mettere in moto l’intera operazione?

Anzitutto sono molto soddisfatto, soprattuto se si tengono presenti le poche prove che abbiamo avuto a disposizione. L’idea della reunion è scaturita la scorsa estate, quando incontrai Enio, Mario, Silvio e Iader, il figlio di Enio. Abbiamo iniziato a fare qualche piccola jam assieme e da lì abbiamo iniziato a giocherellare con quell’idea. Musicalmente, quello che ne usciva suonava più che bene, e lo spirito era ancora quello di un tempo. A quel punto ci siamo detti, perché no?

Quando ho letto della reunion e del concerto  degli Unreal Terror, non riuscivo a credere ai miei occhi. Allo stesso tempo, però, non sono poi riuscito a credere che molti “presunti” metal fan (intendo: wannabe, poser e falliti di ogni tipo…) del posto non fossero presenti a un tale evento storico. Ciononostante, la crème de la crème di alcuni degli artisti in musica dell’Abruzzo (e dell’Italia tutta, in taluni casi) era lì. Dagli specialisti del jazz, Giuseppe e Giancarlo Continenza, all’ex-chitarrista degli UT, Mario Di Donato (mastermind di Requiem/The Black); dall’ex-cantante degli UT, oggi membro di una modern metal band di successo (Prime Target), Benedetto Spinazzola, a Rocco De Simone e Enio Nicolini... In che proporzione ritieni che l’heavy metal sia evidentemente solo una questione di buon gusto per la buona musica e di Cultura retrospettiva? E come ci si sente nel rappresentare una considerevole porzione della storia del metal italiano?

È stato un vero onore vedere tra il pubblico e incontrare Giuseppe e Gianfranco Continenza, Mario Di Donato e tutte quelle persone che danno valore alla nostra scena musicale. Il metal è una questione di buon gusto, a volte di un gusto acquisito: pensa solo a quanto esso abbia plasmato le coscienze della gente. Anni fa, pochi avrebbero palesato o ammesso di avere una passione o un interesse per l’hard rock. Al contrario, oggi la musica metal e la sua estetica sembrano essere assai più radicate nella consapevolezza del pubblico. Allo stesso modo, questa musica è diventata una forma d’Arte che progressivamente è stata sempre più accettata su larga scala. È bello vedere i giovani essere coinvolti nella stessa musica che ha formato le nostre inclinazioni e i nostri gusti. In occasione della nostra reunion ho visto molte facce familiari insieme a un’intera nuova generazione di rocker alla ricerca delle proprie origini anni ’80. Dunque, se gli Unreal Terror si sono trovati a ispirare generazioni vecchie e nuove, non può che essere un grosso privilegio quello di fare parte di quel momento.

A proposito, come mai Giuseppe Continenza (anche lui ex-componente degli Unreal Terror) non vi ha raggiunti sul palco nella data al Blackest? Fra l’altro, ho anche constatato la presenza del chitarrista Gianni Del Gallo (della metal band anni ’80, Stormlights, un gruppo pescarese molto vicino e noto alla sfera Unreal Terror).

Giuseppe è molto occupato con i suoi progetti e la sua carriera, inoltre non penso che abbia mai suonato heavy metal negli ultimi vent’anni. Quindi, forse non si è sentito a suo agio con questo genere. È stato un piacere immenso riabbracciare Gianni. Gli Stormlights, a quel tempo, erano una band davvero promettente, con Gianni che è un chitarrista dal talento notevole.

Com’era la tua vita quando eri solo un ragazzino di una piccola città italiana, con una forte propensione a diventare una cantante rock n’roll? Quali erano le tue prime e principali influenze? Infine, come ti sei imbattuto in Mario Di Donato, Enio Nicolini e nel batterista Silvio Canzano?

Beh, effettivamente, all’epoca le cose erano molto diverse rispetto a oggi. Senza Internet, tutto sembrava così lontano e noi eravamo come isolati e distaccati dall’universo musicale. Dovevamo fare affidamento ai dischi - o meglio, in pratica, a quelle cassette copiate da quei dischi - di AC/DC, Deep Purple, Led Zeppelin, Black Sabbath, Judas, Iron Maiden. Sai, tutto ciò che è compreso in un buon “curriculum heavy metal”. Mi innamorai letteralmente delle voci di Ronnie James Dio, Rob Halford, Geoff Tate, Dave Coverdale, Glenn Hughes e di tante altre ancora. Incontrai gli Unreal Terror subito dopo l’uscita di Benedetto Spinazzola. Avevo sentito dire che cercavano un nuovo cantante, così li contattai, feci un provino e, a quanto pare,  piacqui! (risate).

Heavy And Dangerous (il primo EP degli Unreal Terror uscito nel 1985) è una specie di pietra miliare del metal italiano: pochi brani ma solidi, orecchiabili e dal groove vigoroso. Come fu il primo approccio al lavoro in studio? Inoltre, da dove traeste ispirazione?

Heavy And Dangerous fu grezzo, brutale e diretto. Racchiudeva tutta l’eccitazione di registrare, per la prima volta, la nostra musica e quella stessa potenza trasuda dal disco. Se consideri che avevamo un otto piste analogico, niente a che vedere con i vantaggi di ProTools, il risultato finale è piuttosto rimarchevole.

Presto venne il turno dell’album vero e proprio, ovvero Hard Incursion (1986). In qualche modo, avevi il presentimento che forse le cose stessero prendendo una buona piega? Onestamente, cosa pensi di quel lavoro? Una curiosità, inoltre. È vero che Giuseppe Continenza (oggi, fra le altre cose, professore di chitarra acclamato a livello internazionale) era così giovane all’epoca che doveva farsi accompagnare dal padre?

Hard Incursion rappresentò uno step ambizioso. La band era tecnicamente molto più matura e volevamo fare sfoggio delle nostre capacità. Il problema fu che le nostre ambizioni musicali non furono supportate da un’altrettanto adeguata produzione. Per l’ennesima volta dovemmo pagare lo scotto per essere un’entità periferica nel contesto dell’industria musicale italiana. Puoi produrre un album dal suono ottimale se nella tua città nessuno ha mai imparato da altri più competenti come? Riguardo Giuseppe, ebbene sì, era così giovane quando entrò a far parte degli Unreal Terror che non aveva neanche la patente, quindi il padre doveva portarlo regolarmente alle prove, povero Cristo! (risate).    

Gli Unreal Terror erano principalmente una live band e tu eri/sei un front-man carismatico sul palco, sia vocalmente che teatralmente. Delle volte, per quello che ricordo, un vero e proprio “agente provocatore” (in senso positivo, ovviamente). In un periodo in cui l’heavy metal era considerato una sorta di “pericolosa malattia sociale”, ti sei mai cacciato nei guai – tu insieme alla band – durante le tue performance? E quanto hai dovuto lottare contro le cosiddette “istituzioni sociali”, quali, ad esempio, i genitori, gli insegnanti, i presidi, i sindaci, le forze dell’ordine, i colleghi gelosi e la lista continua … solo per diffondere la tua musica?

“Nei guai?!”. Allora. Ti dico. Una volta, durante un nostro concerto a Pescara, arrivarono dei poliziotti, i quali, brandendo addirittura i manganelli, ci costrinsero a smettere. Ne nacque, poi, una rissa epica! (risate). Oppure, in un’altra occasione, durante un concerto a Bari, il pubblico iniziò a scagliare sassi contro di noi. Fino a quando, Silvio prese la parola al microfono e sfidò, con parole sue, il pubblico “a presentarsi uno a uno nel backstage per una personale discussione a quattr’occhi” (!). Sfidò insomma l’intera folla. Dopo qualche secondo di silenziosa incredulità, il pubblico esplose in un fragoroso applauso. Diventammo improvvisamente degli eroi. Ripeto, mentre oggi il metal è più accettato, all’epoca invece tutti erano intimoriti dai “metallari”. Anche se devo dire che, pure quando avevo i capelli corti, le forze dell’ordine se la prendevano con me. Cosa dire? Ho un “viso criminale”, forse?


A un certo punto della tua vita, il tuo “spirito ha gridato per andare via” (parlando zeppelianamente) e, in pratica, hai deciso di trasferirti negli States, a Los Angeles, nel luogo divenuto, in quegl’anni, l’epicentro del rock business. Probabilmente il 99% dei musicisti di quel periodo aveva il tuo stesso proposito, ma pochissimi ebbero le palle per fare una cosa del genere. Mi vengono in mente la metal band romana Astaroth oppure Alex Masi, come esempi di questo drastico intendimento. Come hai maturato quel desiderio? E com’è stato vivere da emigrante all’inizio della tua avventura?

In principio è stata dura: nessun amico, nessun rapporto, nessun lavoro, un ambiente ostile, una città immensa, pochi contatti con l’Italia se non attraverso qualche telefonata costosissima. Los Angeles può rilevarsi una città che ti sopraffa. Ho visto molti amici sbatterci i denti, giusto per dire, e abbandonare il campo. Non è assolutamente per cuori leggeri.

Quale è stato il tuo primo approccio alla scena locale del Sunset Strip, la babilonia del rock e del metal? Qualche aneddoto “simpatico” in riferimento a quell’incredibile periodo?

Entrai a far parte di un gruppo che ribattezzai Four Of A Kind, come il mio ultimo progetto di Italia, seguente allo scioglimento degli Unreal Terror. Il Sunset Strip era pazzesco: ogni weekend migliaia di band passavano a distribuire volantini dei loro concerti. Verso le due di mattina il marciapiede del Sunset Boulevard era letteralmente pavimentato di volantini, a tal punto che non riuscivi a vedere neanche l’asfalto al di sotto. Ero inoltre – e lo sono tuttora – affascinato dalla quantità massiccia di talenti che questa città riusciva a produrre. Ricordo un mio caro amico, al tempo chitarrista dei Danger Zone, che una volta mi disse: “A Bologna ero il miglior chitarrista della città. Qui non lo sono nemmeno sul mio balcone!”

Durante e dopo il periodo grunge (’92-’94) come te la sei cavata nel destreggiarti in quel repentino “cambiamento climatico”? So che per un periodo hai lavorato in radio.

Quando l’hip-hop diventò materia mainstream, l’intera scena rock di Los Angeles naufragò. Persi interesse, mi sentii deluso, quindi mi rivolsi a quello che ero un altro mio caro amore: la radio. A Pescara qualcuno ricorderà ancora “The Right To Rock”, ovvero lo show metal radiofonico in cui ero ospite su Radio Mania… A Los Angeles, invece, ho presenziato un programma radiofonico in italiano per più di dieci anni, e quell’iter in radio ha foggiato la mia voce parlata per quella che adesso è la mia attuale professione, ovvero il doppiaggio.

Avevi, in precedenza, altri lavori per sbarcare il lunario? So che il costo della vita in California è abbastanza elevato.

Da quando sono venuto a Los Angeles, ormai ho perso il conto di tutti i lavori che ho fatto e questa cosa mi ha maturato molto nel corso degli anni. Los Angeles mi ha dato due principali lezioni: una, che lì non c’era nessuno ad aspettarmi a braccia aperte; due, che nessun lavoro sarebbe stato mai troppo umile per non essere accettato (sempre entro i limiti del legale, s’intende).

Hai mai pensato di tornare in Italia negli ultimi anni? Voglio dire, qui in Europa, da molto tempo a questa parte, il metal classico sta tornando a essere un trend in forte ascesa e c’è una sorta di grosso revival in corso…

Non mi vedo proprio nel tornare in Italia. Mi sono costruito una consistente reputazione lavorativa qui e amo questa città. Mettere a rischio tutto ciò per inseguire un trend? Non sono più un ragazzino (risate).

A proposito, quali sono i tuoi progetti attuali, Luciano? Sei invischiato in qualcosa di nuovo al momento, musicalmente parlando? E quali piani per il futuro prossimo?

Suono con una band chiamata La Dolce Vita, suoniamo canzoni italiane degli anni Sessanta con un taglio molto rock. La gente adora questa nostra proposta, anche per la buona dose di ironia con cui farciamo i nostri show. E poi i ragazzi della band, amico, sono eccezionali! Degli straordinari professionisti.

Quando e dove assisteremo a un’altra adunata da parte degli Unreal Terror?

Adesso che ci siamo messi in moto, non ci fermeremo, sperando che questa prossima estate ci potremo esibire di nuovo. Vedremo.

Grazie per la tua disponibilità e cortesia, Luciano. Speriamo di rivederci presto, quindi. Stammi bene, “Metal Warrior”!

Grazie dell'opportunità di questa intervista e buon anno!

A cura di: Enrico Navella aka Henrykane [enrico.navella@audiodrome.it [2]]

Gruppo: Unreal Terror [www.myspace.com/ladolcevitausa [3]]
Intervistato: Luciano Palermi 



Data intervista: gennaio 2012

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